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La storia di papà Elso ci aiuta a capire quegli anni

Persone
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Chiedo scusa se ho richiesto alla redazione dello spazio un po’ per uso “personale”, diverse volte l’ho fatto per ricordare persone amiche,

questa volta concedetemi un ricordo di mio padre, mancato lo scorso 29 luglio, dopo gli ultimi anni di vita piuttosto travagliati, tra problemi di vista, traumi vari ed alcuni ictus.

Classe 1931, dal nome ormai in disuso, Elso (mia mamma si chiama Italia, nomi di una volta). Mio padre mi ha sempre raccontato della sua infanzia come un periodo non semplice senza però mai darmi l’impressione che fosse così peggio della vita dei giorni nostri. Arrivava da un paesino di montagna, quando si partoriva in casa e perdere un fratellino o una sorellina era all’ordine del giorno, ma non si sprecava nulla. Tragedie del genere, ai giorni nostri psicologicamente spesso insuperabili, dovevano essere affrontate rapidamente, offrendo il proprio latte materno al figlio di un’altra donna che non ne aveva per il proprio neonato e così io ho avuto anche una zia, sorella di latte di mio papà, la zia Vanda.

Sento spesso dire di persone mancate dopo dure lotte con una malattia e sovente mi sono chiesto il significato di una frase del genere, perché alla fine è il buon Dio che decide il momento. Però grazie anche a mio padre ho capito come la tenacia di una persona possa comunque essere d’aiuto nel non lasciarsi andare, anche quando per lui l’unico svago era diventato prendere con fatica un bus, dove spesso tentavano di borseggiarlo e qualche volta ci sono riusciti umiliandolo come non mai, per il suo senso di impotenza di un uomo ormai troppo anziano per difendersi. Approfittavano delle sue disabilità, mentre magari stava andando a fare un po’ di spesa senza nemmeno vedere più le etichette dei prodotti per la quasi totale cecità. La felicità era trascorrere qualche minuto all’ombra di un albero, forse cercando di ritrovare quella natura del proprio paese di montagna che non riusciva più a visitare sovente. E la felicità arrivava all’apice nei momenti di incontro con i nipoti, i miei quattro figli, per raccontare a loro quei mille aneddoti che io avevo già sentito almeno 100 volte.

PEZZI DI VITA

Aneddoti come questi.

Quand’era piccolo, piangeva quando si sedeva a tavola sapendo già che non ci sarebbe stato da mangiare a sufficienza o quando la madre lo sgridava perché di nascosto andava a “sottrarre” con un dito un po’ di panna sulla superficie di un secchio colmo di latte nella stalla. La preziosissima mucca era indispensabile per sopravvivere, perché forniva anche calore per ripararsi dal freddo invernale. Si mangiavano patate bollite al posto del pane, che non c’era. Andava a scuola con una vecchia bicicletta percorrendo tutti i giorni diversi chilometri di saliscendi. Rientrando sulla lunga salita verso casa si agganciava magari ad un camion e l’autista di turno ogni tanto per dispetto cercava di “disarcionarlo”; una volta la bici finì sotto le ruote e lui salvò per miracolo le gambe. Un’altra volta durante il tragitto allertò alcuni partigiani della vicinanza dei tedeschi appostati a bordo strada e questi tentarono di colpirlo con una mitragliata.

Quante cose raccontava della guerra! Correva a nascondersi nei boschi quando l’artiglieria tedesca sparava da fondo valle sulle borgate sparse per la montagna. Saliva con gli altri ragazzi del paese in cima ad una collina a guardare i bombardamenti su Torino. Raccontava di quel giorno quando un vicino, avvisato dell’uccisione di un figlio per mano dei tedeschi, era andato con la gerla a recuperare il cadavere per riportarlo a casa e sotterrarlo. Narrava di due amici deportati in un campo di concentramento in Germania e ne era tornato solo uno, di giovani partigiani di vent’anni fucilati vicino a casa sua o di quell’altra volta che i partigiani l’avevano scambiato per una spia e volevano fucilarlo.

ALTRI TEMPI

Da mio padre non ho mai sentito dire che, in quanto a ordine e disciplina, si stava meglio una volta. Era consapevole del fatto che il valore della libertà non avesse prezzo.

Le scene atroci che mi ha raccontato mi sono rimaste impresse a vita e mi hanno aiutato a capire meglio un uomo per l’appunto di altri tempi. Anche quando mi rimproverava perché usavo l’acqua calda o accendevo una luce in casa nei momenti che non riteneva necessari. Da bambino quando ci si bagnava nella neve e mi facevano male le mani (per la “buìa”, come si dice in dialetto piemontese) lui mi diceva di non lamentarmi.

Persone d’altri tempi, così distanti dei bambini di oggi ai quali dedichiamo mille attenzioni, senza forse riuscire a dare profondità di esperienze e valori della vita. Persone avare di complimenti diretti. Al massimo te li facevano tramite altri. Perché? “Così un domani sentirai meno la mia mancanza”, mi rispondeva mio padre. Ma ora posso dire che davvero non è così.

Carattere forte e duro al quale ci si è quasi sempre dovuti adattare, pesante pure nel rapporto con la propria moglie, mia madre. Una vita da separati in casa, si potrebbe dire. Li vedevo stare insieme solo in occasione dei festeggiamenti in centro per qualche vittoria della nostra squadra del cuore, la Juventus. Negli ultimi tempi la convivenza forzata era dovuta al fatto che mia mamma si era ammalata di Alzheimer e mio padre non poteva più lasciarla da sola per andare nel suo amato paesino di montagna, come aveva fatto per quarant’anni.

Qualcuno penserà che sia stata una cosa molto triste crescere in una famiglia così. Certo non è stato semplice, ma mi ha insegnato come ci si debba tollerare e sopportare all’interno di una coppia sacrificando anche i propri interessi pur di non divorziare rendendo la vita ancora più difficile ai figli. Oggi sento parlare di separazioni e divorzi per motivi decisamente più banali rispetto a quelli che hanno dovuto affrontare i miei genitori.

La foto che vedete ritrae papà con mia madre in un’uscita in vespa al Parco del Valentino nel 1956. Mi diceva sempre che da ragazzo si andava anche a Milano con la bici da corsa, ma con l’arrivo della Vespa “ci si sentiva veramente un re”, per la semplicità di macinare chilometri per strada. Proprio a seguito di una caduta in Vespa sul pavé di Piazza Vittorio aveva conosciuto mia madre che, rimasta orfana da bambina, lavorava presso una sartoria della zona. Mio padre lì si era rivolto per chiedere un aiuto nel ripulirsi in vestiti… e fu amore a prima vista, “soprattutto da parte di lui”, raccontava la mamma.

IL LAVORO

Mio padre era orgoglioso di aver trovato da giovane lavoro nella famosa fabbrica torinese di auto, nonostante avesse preso il posto di un operaio morto il giorno prima a causa di una colata di acciaio. “Finalmente sei diventato uomo”, mi disse solo qualche anno fa, perché l’avevo aiutato in alcuni lavori manuali in montagna, lavori che lui non riusciva fisicamente più a fare. Per lui il mio impiego di perito informatico senza sporcarsi troppo le mani non era concepito come vero lavoro. “Che travai at fase?”, che lavoro fai, ogni tanto mi chiedeva. In gioventù aveva persino rifiutato una possibilità di lavoro in banca e aveva continuato a fare l’operaio, anche su tre turni per portare a casa qualche soldo in più.

Non che fosse senza cultura: aveva fatto le scuole serali, leggeva molto, aveva acquistato decine di enciclopedie (ormai soppiantate dall’avvento di Internet) e aveva una vera passione per l’enigmistica. Grande era stato il suo sconforto per aver perso quasi totalmente la vista circa quattro anni fa.

Orgoglioso, fino all’ultimo. Io e mia sorella l’avevamo pregato di essere sincero alla visita medico legale per il riconoscimento della sua invalidità e conseguentemente di un sostegno economico. “Sto bene - aveva invece detto ai medici – vedo quello che voglio vedere e sento solo quello che devo sentire”. Non concepiva l’idea di ricevere dei soldi senza fare nulla.

Potrei andare avanti per giorni a parlare di mio padre, come credo ogni persona per un proprio genitore. Non penso di avere racconti più interessanti rispetto ad altri. Chissà quante storie ha da raccontare la gente di Nichelino sui propri genitori e sui propri nonni che sono arrivati da tutte le parti d’Italia!

Ciao papà, il tuo “gnetu” (… così mi chiamavi in piemontese, dal termine “gagnetto”) ti vuole bene e perdonami ancora per tutte queste lacrime, ma il vuoto è grande ed il senso di questa vita terrena è nuovamente messo a dura prova, stavolta più che mai!

Lorenzo Giorda



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