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Gio, Lug
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"Quando eravamo noi gli sfollati"

Pillole di storia
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La mia infanzia gioiosa terminò un giorno di giugno, quando nel 1940 la radio annunciò l'entrata in guerra dell'Italia.

Ricordo con tristezza le lacrime di mamma e papà che non pensavano a se stessi, ma a me bimba, alle mie sorelle, cognati e nipotini.

Frequentavo la seconda avviamento professionale, era il secondo anno di conflitto, i bombardamenti erano cominciati subito dopo l'entrata in guerra. Il rifugio, protetto solo da travi che rinforzavano la cantina più riparata del caseggiato, era ormai sorpassato. I rumori di tuono che si sentivano erano paurosi ed il vicino Lingotto e la FIAT erano ormai bersagli quotidiani, come la ferrovia a noi vicinissima.

La scuola che frequentavo era stata bombardata, anche se non interamente, però si facevano turni, non era molto vicino a casa mia, dovevo infatti prendere due tram per arrivarci, ma la mia paura più grande era quella della sirena, se suonava mentre eravamo per strada.

Quando i bombardamenti si fecero più frequenti, dopo una notte paurosa per un bombardamento quasi a tappeto, tutti convinsero mamma a sfollare con nonna ed i bambini a Caresana (VC) dove c’era una casetta nel centro del paese, appartenuta a mio nonno materno.

Una fatidica sera uggiosa di novembre ci stiparono in una Topolino prestataci dal padrone di casa e partimmo alla volta di Caresana: io, mia mamma, mia sorella Clara, tre nipotini e mio cognato Aldo che guidava. Sul tettuccio dell'auto avevano legato valige, trapunte e pacchi vari, ma non eravamo i soli per strada, in tanti fuggivano dalla città. Ogni sera, poi, lungo le strade era una processione di lavoratori che avevano le famiglie sfollate e chi in bicicletta e chi a piedi le raggiungevano.

Giunti a Castelrosso rimanemmo senza benzina. Ormai era sera inoltrata, nessuno poteva aiutarci, si fermò un tenente della milizia che ci accompagnò in una cascinetta, almeno per passare la notte. Mio cognato all'alba si era recato con la bicicletta del contadino alla cascina Cantone dove abitava la zia carissima di mamma, Caterina, rimasta vedova con sette figli però già adulti. La zia convinse mia madre, alla quale era molto affezionata, di rimanere a casa loro, dicendo che a Caresana non ci saremmo trovati bene, in quanto non avevamo più parenti nel paese e ci saremmo sentiti soli.

IN FUGA DALLE BOMBE

Dopo ci trasferimmo in tre stanze dove abitavano i braccianti; c'erano molte famiglie quasi tutte originarie del bresciano; non capivo il loro dialetto, ma presto feci amicizia con i tanti bambini. Erano quasi tutte famiglie numerose e me ne stupivo.

La cascina era dotata di una scuola e la maestra insegnava contemporaneamente per tutte e cinque le classi elementari, gli alunni erano sia maschi che femmine. Al contrario di Torino dove ancora erano divisi.

I miei giorni erano lunghi: al mattino mi recavo presso Cichinsa che era sarta e mi insegnava a cucire, a ricamare, ma il filo e la stoffa erano cari, rimpiangevo i bei tessuti che mia sorella Clara portava a casa per confezionare abiti per me. A volte scrivevo a mio padre, mi mancava moltissimo, la nostalgia era forte, posso dire che non c'era gioia in me, ma solo malinconia in quegli anni. Nella bella stagione mi recavo nel pomeriggio a piedi a Lamporo dove a casa della maestra Marone prendevo ripetizioni per non perdere l'anno scolastico. Mi abilitai alla seconda dopo la prima, e il secondo esame fu avventuroso. Il ponte sul Po a Crescentino era presidiato dei tedeschi: dovevo recarmi nella cittadina per l'esame ed io e mamma ci avviammo a piedi; lungo la strada quasi deserta incontrammo una donna che ci esortò a tornare indietro, c'era stato un rastrellamento: era stato ucciso un tedesco ed avevano arrestato dieci uomini trovati in strada. Giungemmo lo stesso alla periferia di Crescentino, ma la scuola era chiusa e ci dissero che gli esami venivano fatti nella frazione vicina; così ci avviammo e finalmente in fretta e furia potei rispondere a tutte le domande e ottenni la promozione. Quei poveri uomini arrestati furono purtroppo fucilati, tranne uno che era riuscito a scappare, non so come. Tornammo in cascina attraverso le risaie: nel passare tra i campi incontrammo gruppi di mondine. Nel grigiore di quei giorni le mondine avevano portato con la loro gioventù una ventata di allegria, nei campi risuonavano le loro canzoni tipiche che ora fanno parte del folclore storico della -risaia.

Intanto una tragedia era avvenuta in casa della zia: Mario il veterinario, ultimo figlio, aprendo una scatoletta trovata in strada era stato dilaniato da un’esplosione ed era morto sul colpo. A volte avevo l'impressione che ormai questa guerra mi avrebbe tolto tutti gli affetti più cari: quelli che mi davano la sicurezza che ogni fanciullo deve avere.

I bombardamenti in città si erano diradati e nonostante ci fosse il coprifuoco dal mattino alle sette fino alla sera, si decise di tornare a Torino. Ero felice di tornare a casa, ma l'addio ai cugini e a zia, che ci avevano salutati con le lacrime agli occhi, era stato commovente.

Quando arrivammo a Torino non riconoscevo molte strade a causa dei bombardamenti, per fortuna la mia casa era intatta anche se nera per l'incendio del vicino magazzino, bombardato con bombe al fosforo. Non mi staccavo dalle braccia di papà che piangeva di gioia nel vederci tutti riuniti e in buona salute, grazie al buon cibo e all'aria di risaia che, seppure molto umida, non ha mai fatto male a nessuno.

Il periodo di sfollamento lo ricorderò sempre, mi ha fatto apprezzare quanto è dura la vita dei contadini, ma soprattutto l'affetto da parte dei parenti. Non dimenticherò mai quello che hanno fatto per noi, la serenità che ci ha aiutati ad attraversare quei giorni di paura e che hanno forse segnato il periodo della mia adolescenza.

Valentina Scandalitta D’Iorio

(Foto
MuseoTorino - Archivio VV.FF)