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Dom, Ago
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Una mattina passò l'Albatros

Pillole di storia
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Anno 1911: era domenica, in quella tersa mattinata di fine inverno molti nichelinesi stettero a lungo con il naso all'insù

per ammirare il passaggio dell'Albratros, il più grande pallone aerostatico di Torino.

Un'enorme bolla luccicante sorretta in cielo da 2.200 metri cubi di gas. Uno spettacolo mai visto prima, tanto più che quello non era davvero un aerostato qualunque. L'Albatros, condotto dall'alpinista ed esploratore Guido Piacenza, due anni prima aveva conquistato il record italiano di altezza raggiungendo quota 9.200 metri e nel 1910 aveva compiuto la traversata delle Alpi da est a ovest.

Discendente di una brillante famiglia di imprenditori tessili biellesi, Guido Piacenza, trentenne, considerato uno dei più esperti "areonauti" italiani, a bordo del pallone aveva effettuato osservazioni della cometa di Halley, prelevato campioni di atmosfera e studiato il comportamento umano alle alte quote in collaborazione con un fisiologo.

Ma quella mattina qualcosa andò storto. L'Albatros decolla alle ore 10 dal gazometro di Torino, Borgo Vanchiglia, alla volta di Racconigi. Tagliata la città ad una quota di circa 2000 metri, sorvola Nichelino e si abbassa sfiorando terra in aperta campagna prima  di Candiolo. Dalle cascine circostanti accorre una piccola folla di curiosi e l’equipaggio ha un bel  da fare per impedire che qualcuno si aggrappi alle corde per trattenere l'aerostato. Si getta un po' di zavorra e il pallone riprende rapidamente quota dirigendosi verso Vinovo.

Fin qui tutto regolare. A bordo della navicella, oltre a Guido Piacenza, ci sono altre cinque persone tra cui l'ing. Ronza, direttore dello stabilimento Borsalino di Alessandria. È circa mezzo giorno, decidono di fare uno spuntino a base di panini e pasticcini. Sono a 1200 metri dal suolo; la navigazione procede tranquilla. Il pallone, sospinto da una leggera brezza, è stato progettato per affrontare altezze e turbolenze ben maggiori. Guido Piacenza si appresta a stappare una bottiglia di champagne al termine di questo insolito pranzo in quota.

A questo punto accade l'imponderabile. L'Albatros improvvisamente comincia a scendere vorticosamente. Una cucitura del rivestimento ha ceduto di botto; si è aperto uno squarcio e il gas fuoriesce con violenza.

Si butta fuori tutta la zavorra, ma il pallone continua a afflosciarsi e a ripiegarsi su stesso. Ormai fuori controllo precipita in verticale. Tutto si consuma in un paio di minuti. Negli ultimi metri di caduta l'aerostato si infila in un filare di pioppi e vi si impiglia. Per i passeggeri questa sarà la salvezza. I rami trattengono le funi e quel che resta del pallone impedendo che la navicella si sfracelli al suolo.

Sicuramente poteva andare peggio: due passeggeri, che prima dell'impatto sono riusciti ad aggrapparsi alle corde, escono praticamente illesi, gli altri (tra cui il Piacenza) se la cavano con ferite e fratture. Dalla vicina cascina Motta arrivano i primi soccorritori. La folla di testimoni che ha seguito in diretta l'incidente si precipita sul posto; qualcuno corre in paese a telefonare a Torino; arrivano medici, pompieri ed anche un cronista de La Stampa che il giorno dopo scriverà a tutta pagina un resoconto dettagliatissimo con tanto di interviste fatte sul posto ai feriti.

"Alle 14 e tre quarti le vetture che recano i feriti, i medici, gli accorsi da Torino, sfilano sulla strada del Nichelino verso l'Ospedale Mauriziano. Alcuni contadini. con ogni riguardo, come si trattasse di cose sacre, raccolgono quanto dalla navicella è stato sbalestrato: strumenti scientifici, cerchi, ganci, corde; li accumulano su un carretto e li recano alla vicina cascina".

Il cronista ha per le mani lo scoop e segue gli "ardimentosi aeronauti" anche in ospedale. In serata riesce a risentire Guido Piacenza il quale sdrammatizza con una battuta: "Che insalata abbiamo fatto in quel paniere!"

Dopo l'incidente l'indomito esploratore biellese dovette rinunciare ad un'altra grande impresa con il suo Albatros; il progetto era la trasvolata della catena del Karakorum dalla Cina all'India. Ma l'anno successivo, nel 1912, era già in Africa, impegnato a risalire il corso del fiume Congo proseguendo fino a Mombasa a piedi e in bicicletta.  

MC

(da Nichelino Comunità - Aprile 2012)