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La fama di Fritz continua

Pillole di storia
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Nella prima metà dell'Ottocento il cervo in bronzo, simbolo di Stupinigi, venne offuscato da un altro quadrupede in carne ed ossa: un elefante indiano di nome Fritz.

Il pachiderma era stato regalato nel 1926 a Carlo Felice di Savoia dal viceré d'Egitto Mohamed Alì. Spedito via mare Fritz sbarcò al porto di Genova e di lì proseguì a piedi per Torino, accompagnato da due guardiani egiziani. Nella capitale sabauda trovò alloggio proprio presso la Palazzina di Caccia, dove era stata allestita un’apposita scuderia rinforzata; nel cortile venne scavata e riempita d'acqua una buca per il bagno.

L'elefante di Stupinigi divenne ben presto un'attrazione. In diverse immagini e stampe dell'epoca è ritratto come una star in posa davanti alla Palazzina. Fritz, ubbidiente ai comandi del custode - un certo Stefano Navarino, che era riuscito ad addestrarlo ed ad instaurare con lui un buon rapporto, dava spettacolo inchinandosi, sedendosi, sdraiandosi su un fianco e lasciando attoniti con i suoi barriti la folla di curiosi.

A Stupinigi, che allora era una frazione di Vinovo, vennero addirittura aperte nuove osterie per accogliere visitatori provenienti da ogni dove.

Fin dall'inizio si pose il problema dell'alimentazione. Cosa dar da mangiare a un elefante indiano? Alla povera bestia veniva fatto ingurgitare praticamente di tutto: fieno, crusca, verdura, riso, burro, zucchero, vino e persino tabacco da pipa. Una volta il pachiderma rischiò di morire per un'indigestione di castagne con la buccia.

Nel 1835 gli vennero segate le due lunghissime zanne che si erano incrociate fino a impedire i movimenti della proboscide.

Dopo la morte del custode Fritz divenne sempre più irrequieto e incontrollabile fino a rappresentare un pericolo per i visitatori e per chiunque osasse avvicinarsi. Finì i suoi giorni in isolamento e in catene sotto una tettoia della cascina Vicomanino. Nel 1852 venne abbattuto e imbalsamato.

(Nichelino Comunità – Ottobre 2005)

Parlando dei quadri che raffigurano la palazzina di Stupinigi, abbiamo pubblicato l'immagine di un dipinto conservato al Bundesdenkt-malant di Vienna che raffigurava una scampagnata domenicale di metà 800 nell'attuale illustre frazione di Nichelino.

Nel quadro, che riproduceva la facciata del palazzo juvarriano, compariva sulla spianata anteriore un monumentale elefante guidato da un 'cornak' vestito all'orientale, osservato curiosamente da gruppi di spettatori in cilindro e di spettatrici in crinoline.

Come molti lettori ci siamo chiesti cosa ci stava a fare un elefante a Stupinigi e abbiamo cercato di svelare il mistero. Complice un vecchio libro di inizio secolom siamo riusciti a dipanare la matassa e a conoscere vita, miracoli e, purtroppo, anche morte del misterioso pachiderma di Stupinigi.

Siamo verso la metà dell'Ottocento. A Stupinigi si arrivava con l'omnibus che faceva servizio pubblico appena due volte la settimana.

Gli altri giorni erano le carrozze private che prediligevano lo stradone (eguagliato in magnificenza solo da quello di Rivoli) per le passeggiate pomeridiane: pare che alle volte ci fosse un tal numero di vetture da formare un interminabile trotterellante processione.

Oltre che dalle bellezze della Palazzina le famiglie della capitale subalpina (almeno quelle che potevano permettersi di andare a spasso) erano attirate anche dal serraglio di belve che aveva sede nei terreni della tenuta di Stupinigi, a Vicomanino, nelle adiacenze della real villa.

Verso il 1830 il serraglio, che era affidato alla direzione di Casimiro Roddi, raggiunse il suo maggior splendore; poi, pare a causa del clima, il numero di animali andò sempre più diminuendo.

Nel 1851 erano ancora presenti due leoni, due orsi, una iena e, appunto, l'elefante, dono del vicerè di Egitto a Carlo Felice. Il pachiderma arrivò dalle nostre parti già piuttosto avanti negli anni (28), il 4 giugno 1827. Era, come si dice, una gran bella bestia: si disse che era il più grosso elefante che si fosse mai visto in Europa. Appena arrivato il golosone rischiò subito di lasciarvi le penne a causa di una indigestione di castagne.

Siccome la fantasia non mancava ai torinesi di allora attorno all'elefante nascono le storie più strane.

Si raccontava ad esempio che il pachiderma in un momento di furia avesse afferrato con la proboscide uno dei suoi custodi, gettandolo poi a terra e uccidendolo.

L'altra storia che correva di bocca in bocca è decisamente meno verosimile. Si diceva infatti che, per dimezzar le spese di custodia, fosse stato decapitato uno dei due guardiani inviati dalle autorità egiziane.

Il signor Roddi, direttore del serraglio, per dimostrare la prodigiosa intelligenza del suo elefante andava in giro a raccontare che un giorno il pachiderma, spazientito dai candidi conigli che il custode teneva nella scuderia, prese la chiave nascosta in un buco a fianco della porta, la aprì e mise fuori tutti i conigli per poi richiudere l'uscio evitando così che le bestiole rientrassero.

L'elefante costa alle finanze di casa reale un patrimonio: nei primi 3 anni tra cibi, medicine e assistenza se ne vanno circa 17.000 lire annue, un patrimonio per allora.

Vuoi per cortesia verso chi aveva fatto il regalo, vuoi per il gusto della novità, l'elefante viene mantenuto e campa più o meno tranquillamente per un quarto di secolo nel serraglio di Vicomanino. Poi, nel 1852, le autorità preposte all'amministrazione del serraglio decidono che la spesa è eccessiva (anche se nel frattempo si è ridotta a 3.500 lire l'anno) e, al termine di un appassionato e animato consiglio, decidono di sbarazzarsi dell'elefante. Dopo numerosi tentativi di venderlo all'estero sbuca fuori un signore londinese disposto ad acquistare l'animale: la trattativa però si arena, quando arriva il momento di decidere come trasportarlo oltre Manica.

Ma la sorte del povero animale è segnata: il consiglio si riunisce nuovamente e pronuncia la sentenza di morte che viene eseguita la sera dell'8 novembre 1852 immettendo acido carbonico nella scuderia. L’«operazione” durò sei ore, dalle 17 alle 23 e fu diretta dal professor De Filippi del Museo di Storia Naturale.

Nota un contemporaneo, citato nel testo da cui abbiamo ricavato le notizie: «L'elefanticidio fu un avvenimento del quale si parlò per vari giorni. Chi si impietosiva, chi approvava, chi ne rideva. Molte famiglie poi fecero la gara per gustare le carni del gran quadrupede distribuite qua e là ad alcuni torinesi. Con la morte dell'elefante termina anche 14 storia del serraglio di Vicomanino che chiude i battenti poco dopo.

(Nichelino Comunità – Ottobre 1988)