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Dom, Ago
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Quando venne scoperto il covo delle BR in via Juvarra

C'era una volta
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Novembre 1978, i carabinieri del generale Dalla Chiesa sfondano la porta dell'alloggio al piano rialzato di via Juvarra 21.

Dentro non c'è nessuno, su una parete è appeso un cartello: "attenzione, c'è una bomba". Tutti gli abitanti del condominio vengono fatti evacuare ed entrano in azione gli artificieri. Ma la bomba non si trova. L'alloggio di Nichelino era stato identificato come "covo" delle Brigate Rosse. Sul campanello c'era il nome di Antonia Arnoldi, che aveva acquistato questo camera e tinello nel giugno del 1975.

Una falsa identità: si trattava in realtà di Margherita Cagol (nella foto), detta "Mara", la moglie di Renato Curcio, uno dei fondatori e dei capi storici delle BR. Nel febbraio dello stesso anno la "compagna Mara" aveva guidato l'irruzione armata nel carcere di Casale Monferrato dove il marito era rinchiuso, liberandolo. La donna, però, pochi giorni dopo l'acquisto dell'alloggio a Nichelino, era stata uccisa in un conflitto a fuoco con i carabinieri nella base di Arzello d'Acqui dove i brigatisti tenevano sequestrato l'industriale Vittorio Vallarino Gancia.

Le tapparelle al piano rialzato di via Juvarra 21 erano sempre abbassate e non si vedeva mai nessuno. Per un paio di anni gli altri condomini avevano dovuto sobbarcarsi le spese, la proprietaria era sparita. All'interno qualche mobile, vestiti, 3 milioni in contanti e un caricatore di pistola.

Non si seppe mai se l'appartamento fosse stato utilizzato dopo la morte della Cagol e come gli uomini del generale Dalla Chiesa fossero risaliti al "covo". Qualche mese dopo a Nichelino ne fu scoperto un altro in via Giordano 8. Questo sicuramente in attività: furono ritrovate armi, volantini "rivoluzionari", giubbotti antiproiettile, materiale per travestimenti e venne arrestato un operaio trentenne che occupava l'alloggio.