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Gio, Nov
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La peste, San Rocco e Nichelino

C'era una volta
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La peste fin dall’antichità ha ciclicamente portato gravissime epidemie in tutti i periodi della storia.

Dal 1300 al 1600 il Piemonte è stato segnato da continui conflitti che si sono intrecciati con carestie, ma nulla è stato in grado di falcidiare la popolazione come le pestilenze ricorrenti, favorite dalle precarie condizioni igienico-sanitarie e dalla promiscuità di uomini e animali all’interno dell’abitato.

Tra gli eventi più devastanti la “peste nera” del 1348, citata dal Boccacio nel “Decamerone”, non risparmiò Torino riducendone di un terzo la popolazione. A quel tempo, come tutte le altre città europee, Torino si trovava invasa dalla sporcizia, per cui le autorità emanarono norme che vietavano di abbandonare ogni tipo di rifiuti nelle vie pubbliche, prima causa delle epidemie.

LA SINDONE E IL BORROMEO

Un’altra terribile epidemia fu quella del 1630 descritta dal Manzoni ne “I Promessi Sposi”, preceduta dalla cosiddetta “peste di San Carlo” che nel 1576 colpì la città di Milano. L’Arcivescovo Carlo Borromeo con la preghiera e l’azione pastorale si impegnò fino al limite della sue forze a favore della popolazione. Aveva fatto voto di recarsi a piedi sino a Chambery per venerare la Sindone e ottenere la grazia di far cessare il flagello. Molto diffusa era la convinzione che la Sindone avesse poteri taumaturgici. Il duca di Savoia Emanuele Filiberto pensò bene di risparmiargli la fatica di buona parte del viaggio, così nel settembre del 1578 colse l’occasione per trasferire il sacro telo da Chambery a Torino, ormai capitale del ducato sabaudo, trovando così anche un’ottima scusa per i suoi sudditi savoiardi che non erano per nulla d’accordo.

La Sindone, passando per colle del Piccolo San Bernardo e la Valle d’Aosta per evitare i Valdesi, giunse a Torino.

Il 10 ottobre 1578 l’arcivescovo di Milano con la celebrazione di una messa solenne “venerava le piaghe del Redentore” nella cappella ducale di San Lorenzo, all’interno della chiesa 'Santa Maria ad Praesepe'. Poiché la struttura era giudicata fatiscentente e inadeguata, il duca aveva lasciato in testamento che per il proprio funerale non venisse fatta alcuna cerimonia sontuosa destinando la somma risparmiata e quanto altro raccolto per la costruzione di una chiesa adeguata al sacro telo.

Dopo vari spostamenti dentro la città di Torino, il 1° giugno del 1694 la Sindone venne definitivamente collocata in Duomo nella Cappella del Guarini.

 

SAN ROCCO

Durante le emergenze epidemiche si moltiplicarono i voti che portarono alla costruzione di chiese e santuari dedicati a San Rocco per invocare perdono e protezione, al fine di allontanare il flagello.

San Rocco è uno dei santi più venerati in Italia e nel mondo. Ci sono tantissime chiese e cappelle a lui dedicate, ma le notizie storiche relative alla sua vita sconfinano nella leggenda. Nato in Francia a Montpellier fra il 1345 e il 1350, rimasto orfano molto giovane, donò i suoi beni ai poveri e partì pellegrino per Roma trovando sulla sua strada un’Italia sconvolta dal periodico ricomparire della peste. Ottenendo guarigioni miracolose si diffuse la sua fama di taumaturgo e protettore degli appestati, ma è invocato anche dagli agricoltori contro le catastrofi naturali e le malattie che colpiscono il bestiame. Morì in circostanze misteriose nella notte tra il 15 e il 16 agosto, pare tra il 1376 e il 1379, a non più di trentadue anni di età.

PATRONO DI NICHELINO

Verso la fine del Cinquecento anche la Borgata Palazzo, tra le attuali vie Stupinigi e via Concordia, fu colpita dalla peste, fatto abbastanza usuale per l’epoca, ma poiché le epidemie si ripresentavano in media ogni 8-10 anni non sono certo da escludere eventi precedenti e successivi. Nonostante la richiesta di manopera che l’agricoltura richiedeva, l'incremento demografico, anche a causa delle epidemie, tra il 1600 e il 1700 fu molto contenuto: 600 erano gli abitanti di Nichelino nel 1773.

A Nichelino la devozione popolare a S. Rocco è molto antica e precedente a quella di S. Matteo.

All’inizio del Settecento, in corrispondenza della navata  dell’attuale chiesa barocca esisteva una chiesetta campestre, insufficiente per la popolazione, con un altare laterale dedicato a San Rocco, confermato protettore di Nichelino il 14 aprile 1728 (ACN - Archivio Comune Nichelino – Ordinati 1726-1747).

Come risulta nell'Archivio Arcivescovile di Torino nel 1730 avvenne la prima visita pastorale alla Parrocchia di “Nichilini” dell’Arcivescovo Francesco Arborio di Gattinara che nel 1727 era stato trasferito da Alessandria a Torino. Proprio nel 1730, il 12 maggio, dopo che il Conte Occelli aveva costituito il “beneficio parrocchiale” con la dotazione di 31 giornate di terreno per l’autosufficienza economica, l’Arcivescovo decretò l’erezione della Parrocchia, facendo riferimento alla chiesa come “Cappella di San Matteo”. Secondo la tradizione, al termine dell’assedio di Torino (settembre 1706), i nichelinesi avevano chiesto la protezione dell’Evangelista contro le violenze delle truppe francesi in ritirata, proclamandolo poi patrono del paese, ma ad oggi non sono stati ritrovati documenti che comprovino questo collegamento.

Il 29 agosto 1740 il Comune deliberò l’acquisto di un dipinto che rappresentasse S. Rocco.  Nel 1750 iniziava la costruzione della nuova chiesa al posto della chiesetta campestre in pessime condizioni. San Rocco è tutt’oggi compatrono di Nichelino. Infatti la chiesa barocca, ultimata nel 1771, è intitolata “ai Santi Matteo e Rocco” come recita la lapide inserita nel timpano della facciata. Un’altra traccia della devozione a S. Rocco è l’antica cappella in via Buffa  ai confini con Moncalieri,

Il 21 maggio 1775 l’arcivescovo di Torino Francesco Rorengo di Rorà consacrava la nuova chiesa intitolata ai due santi compatroni di Nichelino e la dedicava alla Santissima Trinità. Il 10 settembre 1777 San Rocco venne riconfermato come patrono raccomandando però “che si continui ogni anno pure a festeggiare la festa di San Matteo come compatrono” (ACN- Ordinati 1759-1777).

Oggi, come da calendario, San Rocco ricorre il 16 agosto, ma a Nichelino, non viene più festeggiato. Del resto fino a qualche anno fa Nichelino il giorno dopo Ferragosto era pressoché deserta, oggi forse non è più così, fatto sta che il ricordo del compatrono Rocco si è perso,  

Franco Alessio

 

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CONTACC!

’Na vòlta  a - i ero pì furb

’L Cardinal  ëd Milan  Carlo Borromeo  a l’avia fait vot pregand  ’l sacr linseul che se Nosgnor a fasia finì la pest  (dël 1576) andasia  a pé ën pelegrinagi  fin-a a Chambery   doa as trovava anlora la  Sindone. ’L Cardinal maraman ch’ andasia anans  a l’avia ij pé gonfi, ch’a sagnavo e Emanuele Filiberto, testa ’d  fer, con la scusa ’d nen felo  core fin-a là , a l’à convinciù  ij  fra  ’d Chambery a portela dë  scondon a Turin, “peui  i  vla  rendo !  peui…”. A l’han fin-a  falo firmé , ma ha la pa pì daila.

I Milaneis  a pensavo che ’l  Cardinal  la Sindone  a  sla portèisa a Milan ! Ma col santòm  a la pa piala anche përchè as na parlava  gnanca. E parej  Testa ’d fer a l’ha gavaila ai frà ’d Chambery e a l’ ha nen daila al cardinal ’d Milan. Gent ’dna vira.  

Coi d’ancheuj  as laso porté via fin-a le braje, soma nen s’a lo fan o s’a lo son …

Contacc !

Alen

TRADUZIONE  (dal Piemontese)
Perbacco!
Una volta erano più furbi
Il Cardinale di Milano  Carlo Borromeo aveva fatto voto,  pregando il sacro lenzuolo, che se Nostro Signore avesse fatto cessare la peste (del 1576) sarebbe andato a piedi in pellegrinaggio fino a Chambery dove si trovava allora la Sindone. Il Cardinale a via a via  che andava avanti aveva i piedi gonfi e sanguinanti ed Emanuele Filiberto, detto “testa di ferro”, con la scusa di non farlo correre fin là, ha convinto i frati di Chambery a portarla a Torino di nascosto “Poi ve la restituisco! … poi”. L’hanno anche fatto firmare, ma non gliel’ha più restituita.

I Milanesi pensavano che il Cardinale  portasse la Sindone  a Milano!  Ma quel sant’uomo non l’ha presa anche perché non se ne parlava proprio. E così Testa di ferro l’ha tolta ai frati di Chambery e non l’ha data al Cardinale di Milano. Gente di una volta.

Quelli di oggi si lasciano portare via perfino i pantaloni, non sappiamo se lo fanno o se lo sono…

Contacc !


FOCU MEU!

Lu Santu scurdatu a Nichelino

Santu Roccu è unu de li santi patroni cchiu celebbrati de la Puglia. Lu state, pe lle vacanze, me ne tornu sempre allu paese meu: Torrepaduli. Ccuai lu 16 de agosto se face na grande festa paesana pe llu santu patronu: Santu Roccu nosciu. Ccotu cu l'aspettu de la festa - e la pizzica salentina cu lla danza de li curteddi, ccumpagnata de tamburelli e chitarre, ntra doi o tre masculi ca pe finta se nzurtene fenca no se minene li mani - la festa de Santu Roccu minte ccote la cultura de lu campu cu lla devozione popolare. Per cuistu, pe lla purgissione tutti li paesani secutene a statua de lu santu e le chiesie su sempre chine de gente pe lla missa. A devozione allu santu è forte puru de l'otra vanna de l'oceanu, ancora osci, e de capu a ssutta de lu paese nosciu, l'Italia. E invece a città mia, Nichelino, pare ca s'ha scurdata de stu santu nosciu.

Guido Torsello

 

TRADUZIONE (dal Pugliese del Salento)
Ahimè!
Il Santo dimenticato a Nichelino

San Rocco è uno dei santi patroni più celebrati in Puglia. L’estate, per le vacanze, torno sempre al mio paese: Torrepaduli. Qui il 16 agosto si fa una grande festa per il santo patrono: San Rocco nostro. Insieme con l’aspetto della festa - e la pizzica salentina con la danza dei coltelli, accompagnata da  tamburelli e chitarre, tra due o tre uomini che per finta si insultano fino a menare le mani - la festa di San Rocco unisce la cultura contadina alla devozione popolare. Per questo, per la processione tutti i paesani seguono la statua del Santo e le chiese sono sempre piene di gente per la messa. La devozione al santo è forte anche oltre oceano, ancora oggi, e da Nord a Sud dell’Italia. E invece, la mia città, Nichelino, pare si sia scordata di questo nostro santo.