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Castelvecchio: degrado irreversibile?

C'era una volta
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All’antico maniero di Stupinigi la rivista Torino Storia, diretta da Alberto Riccadonna, ha dedicato la copertina dello scorso numero con un titolo che da solo dice tutto: “L’incredibile rovina del Castelvecchio”.

La sagoma ormai quasi spettrale si vede sulla destra percorrendo in auto la grande rotonda juvarriana.

All’ombra della Palazzina di Caccia c’è un altro castello, più antico e misterioso, che il tempo e l’abbandono stanno letteralmente dissolvendo. Fra pochi anni potrebbe rimanere nulla più di un grande cumulo di mattoni, a meno di un miracolo del quale oggi non si vedono segni premonitori”, scrive Paolo Patrito nell’ampio servizio pubblicato dall’autorevole mensile di storia torinese.

Il declino, in atto da decenni, è ormai al punto di non ritorno. E pensare che fino ad una ventina fa un’ala dell’edificio era ancora abitata da alcune famiglie. Tra gli ultimi ad occupare Castelvecchio fu la Comunità di accoglienza per tossicodipendenti Nikodemo, in alcuni locali di appoggio messi a disposizione dall’Ordine Mauriziano per i giovani al termine del percorso di recupero.

Poi l’intero complesso venne dichiarato inagibile; nel frattempo il Mauriziano venne messo in liquidazione ed il processo di degrado subì una brusca accelerazione, fino all’odierno disastro. Ora Castelvecchio è recintato da una rete metallica, perché è gravemente pericolante. Nell’ultimo periodo è stato oggetto di ripetuti attacchi vandalici ed è stato depredato da tutto ciò che poteva avere un valore: grondaie di rame, camini, infissi, coppi del tetto e persino mattoni, probabilmente venduti al mercato nero del materiale ad uso ristrutturazione di antiche dimore.

Rimasto in molti punti senza copertura, l’edificio è stato a lungo esposto alle intemperie e alle infiltrazioni, così i soffitti sono cominciati a crollare e adesso anche i muri portanti stanno cedendo. Su quello che resta del tetto stanno crescendo gli alberi. Alla prima minima scossa potrebbe venire giù tutto. Un recente filmato, realizzato abusivamente ed in circolazione su Youtube, documenta l’impressionate stato di abbandono all’interno.

A questo punto per rimettere in sicurezza e recuperare in qualche modo il castello forse non bastano 50 milioni di euro. Come dire: impresa impossibile. L’ultima idea di destinare Castelvecchio a struttura recettiva è rimasta, come prevedibile, esercizio di pura fantasia. Nemmeno si è riusciti a riparare un po’ il tetto. Del resto l’immobile, in quanto monumento nazionale, non potrebbe neppure essere alienato, ammesso che a questo punto si trovasse qualcuno interessato all’acquisto.

La storia di Castelvecchio si perde nei secoli, come quella di Stupinigi, citata per la prima volta in documento dell’abbazia della Novalesa e siamo ai tempi di Carlo Magno... Di certo il primo nucleo del castello era già esistente nel medioevo, XII secolo. Passò in diverse mani: la famiglia Sili, i cistercensi dell’Abbazia di Staffara, i nobili Cavoretto, i Solaro, gli Acaja con la principessa Bona di Savoia. Fu feudo dei marchesi Pallavicino, subì diverse modifiche e rifacimenti, assumendo le fattezze di fortezza quattrocentesca. Nel 1564 risultava in possesso di un certo Negrone de Negro, finché il castello di Stupinigi con Emanuele Filiberto entrò definitivamente nell’orbita dei Savoia che nel 1573 la cedette al collegato Ordine Mauriziano. Nel Settecento con la costruzione della Palazzina di Caccia il paesaggio di Stupinigi cambiò radicalmente: alcune case e la chiesa del borgo furono abbattute ed il castello esistente, decisamente ridimensionato, assunse il suffisso di “vecchio”. Di fatto per tutto l’Ottocento divenne un popolato condominio che ospitava decine di affittuari, personale, militari e guardiacaccia di servizio a Stupinigi. Mantenne però gli elementi del castello quattrocentesco: le torri, i cortili interni, gli spettacolari soffitti a botte e le tracce dell’impianto medievale.

Adesso tutto è finito. Addio Castelvecchio.