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Mar, Giu
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Una Via Crucis del nostro tempo

Iniziative
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Massimiliano Ungarelli ha lavorato a questo progetto di Via Crucis nei mesi in cui si consumava la strage, che ha praticamente raso al suolo Gaza e causato almeno 70.000 morti, in stragrande maggioranza donne, bambini e anziani inermi.

Una dopo l’altra ha dipinto le 14 stazioni di questa Via Crucis ispirandosi a volti e situazioni, tratte da fotografie vere, riportate nella cronaca di quelle terribili giornate.

L'artista nichelinese, autodidatta, continua così il suo impegno per documentare e sensibilizzare sulle grandi tragedie del nostro tempo e per cercare di smuovere una società basata sull’indifferenza che ormai caratterizza l’Occidente. La sua ricerca espressiva è stata capace di trasformare materiali di recupero, come vecchi pannelli di cantiere, in immagini di forte intensità e strumenti di riflessione civile e spirituale.

Qualche anno fa la sua attività artistica, sviluppata in collaborazione con l'associazione culturale Midrash, aveva catturato l'attenzione e la stima di Papa Francesco, che aveva scelto di esporre un’opera regalatagli da Massimiliano Ungarelli in una sala della residenza di Santa Marta. Qui Papa Francesco era solito ricevere personalità e delegazioni da tutto il mondo. In una foto di quel periodo si vede il pontefice a colloquio con Elon Musk, uno dei “potenti della terra”. Dietro spicca e fa da contrasto il ritratto di un migrante in cammino che a fatica regge sulle spalle un bambino. È il San Giuseppe di “In Fuga da Nazareth” (il primo ciclo pittorico di Ungarelli) che cerca di portare in salvo il piccolo Gesù. Non è dato sapere se quello sfondo fu una semplice coincidenza, ma certo è che l’attenzione verso i “poveri della terra” fu una delle cifre del pontificato di Francesco,

In quel caso l’artista nichelinese aveva affrontato il tema delle migrazioni sovrapponendo i volti dei profughi moderni alle figure della Sacra Famiglia. Questo approccio è proseguito con “Matteo 25 - Restiamo umani”, un ciclo dedicato alle opere di misericordia che utilizza acrilici e pastelli per ritrarre gli ultimi della società. Il percorso è poi andato avanti con una serie di dipinti dedicata alla dignità del lavoro e allo sfruttamento minorile.  Il messaggio è eloquente: non possiamo rassegnarci all’ingiustizia e alla violenza! Così come non possiamo rispondere generando altra ingiustizia e altra violenza!

Oggi lo sguardo di Ungarelli si è concentrato sulla Palestina e in particolare su Gaza. I quattordici dipinti sono esposti nella mostra allestita a Torino presso l'Arsenale della Pace, sede del Sermig ed è visitabile fino all'8 aprile. Questo nuovo progetto artistico è una Via Crucis che racconta il dolore di chi oggi porta la propria e altrui croce. Uomini e donne feriti, in qualche caso straziati dalla vita, diventano i volti e i corpi del Cristo sofferente in una Via che tutti percorriamo nel cammino esistenziale, fatto di cadute, incontri, percosse, pesi, condanne e consolazioni.

Guardando al dramma di Gaza, immediato appare l’accostamento a un calvario contemporaneo, fatto di polvere, macerie e silenzio della comunità internazionale. “Il corpo di Cristo si identifica con i corpi dei civili e degli innocenti, un tragico dejà vu che si ripete nella storia di quella terra che incarna l’ossimoro di benedetta e maledetta”. La condanna avviene nei palazzi del potere di oggi dove si decide chi ha diritto di esistere e chi è un "danno collaterale". A Gaza la condanna cade dall'alto, sotto forma di ordini di evacuazione verso il nulla.

Come eludere certi interrogativi? Senza nulla togliere alla responsabilità e alla barbarie scatenate da  Hamas in quel 7 ottobre 2023, come è possibile aver subito l’orrore della shoah e cadere ora a propria volta in un abisso di disumanità diventandoaguzzini di un altro intero popolo?

Le immagini di questa Via Crucis contemporanea non possono non far riflettere. “La croce di Gaza non è più solo di legno, ma di cemento armato. È il peso di un intero isolato crollato che un padre deve sollevare a mani nude per cercare i figli. È il peso di una tanica d'acqua vuota portata per chilometri. È il peso che ogni sopravvissuto porta sulle spalle di chi non ce l'ha fatta”.

Se nella tradizione Gesù cade tre volte, a Gaza si cade sotto i bombardamenti, per la fame o per la mancanza di medicinali. Le cadute sono i bambini che smettono di tremare perché troppo stanchi di aver paura. Ogni tenda spazzata via dagli elementi diventa il Cristo che batte la faccia nel fango.

“Nella IV stazione Cristo incontra sua Madre, in questa via Crucis Maria ha il volto delle madri che riconoscono i figli lacerati da particolari, che a noi sfuggono, come una macchia o lo strappo di una maglietta. È il grido muto di madri e padri che stringono un lenzuolo bianco che non vogliono lasciare andare. Incontri in cui non ci sono parole, solo lo strazio di chi ha generato vita per vederla spezzata in un istante”. I medici che operano senza anestesia alla luce di un cellulare diventano le Veroniche di oggi, insieme ai volontari che dividono l'ultimo pezzo di pane in un oceano di brutalità.

E ancora: “Gesù è inchiodato alla croce è immobilizzato, bloccato, come sono bloccati e inchiodati a una striscia di terra lunga 40 chilometri i Gazawi. Senza via d'uscita”.  I dipinti di questa Via Crucis Gaza descrivono una realtà dove “il cielo è chiuso, il mare è vietato, la terra è un cratere. I chiodi sono i frammenti di metallo nella carne sanguinante. La sete è quella di chi beve acqua salata. "Ho sete" non è più un simbolo, è la realtà di migliaia di bambini”.

Infine, la morte in croce. “Il buio si fece su tutta la terra”. A Gaza questo buio coincide con il blackout delle comunicazioni e il silenzio dei telefoni. Dio muore sotto un bombardamento, in una fossa comune o nell'attesa di un aiuto che non arriva. “In questa Via Crucis –è la conclusione di Massimiliano Ungarelli -- manca volutamente la XV stazione, quella della Resurrezione. Non si tratta di una distrazione, ma della cruda constatazione che a Gaza, per il momento, non si prospetta alcuna risalita. Restiamo in attesa”.

L'artista esprime la sua gratitudine verso chi ha reso possibile il progetto: “Ringrazio don Guglielmo Besselva che con la sua provocazione mi ha indotto ad iniziare questo progetto e di aver accettato, di mio rimando, la condizione di pensare e fare le meditazioni per ogni singola stazione (lavoro che ha svolto egregiamente9. Ringrazio Maria Labalestra che con le sue poesie ha arricchito il progetto e mio fratello Fra Marco Costa, unico collaboratore e coautore da sempre. Infine, tutti quelli che mi hanno sostenuto e incoraggiato a perseverare”.

La locandina della mostra riporta una citazione di Aldo Moro: “La persona è un universo e come tale va rispettata”. L'autore della Via Crucis Gaza suggerisce questo pensiero “Se l'uomo è un "universo", come diceva Moro, allora ogni cratere a Gaza è il collasso di un'intera galassia. La tomba non è l'ultima parola, ma oggi, in quel lembo di terra, siamo ancora fermi al Venerdì Santo. Il Sabato Santo è lungo e gelido”.

La mostra è visitabile tutti i giorni dalle ore 8 alle 22 presso la sede del Sermig in piazza Borgo Dora  a Torino 



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