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Natale, le stelle, chi va e chi viene

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- di don Fabrizio Ferrero -
Qualche settimana fa la sonda americana Insight è atterrata con successo su Marte. Ho seguito la vicenda con interesse: non solo perché c’era

più di un pezzo di Italia nella missione, ma perché a ridosso del Natale mi ha dato modo di riflettere su quanto il progresso tecnologico confermi, anziché mostrarla inutile, la speranza cristiana.

Guardando al risultato, infatti, ho sognato il futuro. Mi sono chiesto con orgoglio: esistono limiti alle nostre capacità umane di fare?

Ieri sulla Luna, oggi su Marte. E domani? Molte delle macchine che in romanzi e film ci sembravano da ragazzi vera magia sono diventati realtà. E tutto fa presagire che molto più ci attende di vedere nei prossimi anni. Siamo entrati nella stanza dei bottoni: dell’infinitamente piccolo e del molto grande.

Verrebbe da pensare che con le conoscenze che abbiamo potremo finalmente un giorno costruire un mondo definitivamente ordinato e felice. Le premesse ci sono: tecnologia, capitali e un sapere universale. In effetti, la sonda è atterrata con successo perché calcoli precisi hanno potuto basarsi su conoscenze valide qui come su Marte. Una regolarità che desta stupore e incanto: che la fisica, la matematica e la tavola periodica siano le stesse dappertutto non è cosa da poco.

Tuttavia, questa stessa regolarità (che già di per sé dovrebbe invitare a interrogarsi sull’origine di tale ordine universale) suggerisce che la stessa cosa sia valida anche per le questioni della vita. Ci si può chiedere infatti più precisamente: basterà da solo tanto sapere a costruire il mondo nuovo? Con un semplice super-computer?

Come accennavo all’inizio le esplorazioni spaziali di questi ultimi decenni, intraprese per curiosare il cosmo alla ricerca del segreto della vita, invece di crearmi problemi mi hanno confermato su quanto sia vera la fede. E di come la speranza cristiana sia più fondata e più ricca di un ingenuo ottimismo. Molta tecnologia, in effetti, non risolve tutto. Non desta forse imbarazzo – se non amarezza – la contraddizione di aver trovato acqua a oltre centoventisei milioni di chilometri di distanza quando molti, qui da noi, non hanno accesso a quella che abbiamo?

Un vero progresso, se non passa dal cuore, rischia di finire disumano.

Sono perciò contento delle esplorazioni spaziali, e pregusto il giorno in cui partiranno missionari per incontrare umanoidi di altri mondi. Ma fino a quando il nostro cuore non sarà reso più buono (e non solo biologicamente ben irrorato da macchine perfette), mi farà sempre piacere rendermi conto che Dio stesso, che è la vita, è venuto dal cielo per noi. Fattosi trovare come un dono, invece che cercato – come a Babele – per un’illusoria conquista. Che suscita gratitudine, anziché gonfiare di superbia. Perché è il dono dell’Amore, in cui anche ragione e scienza trovano l’alveo in cui svilupparsi e la mèta verso cui approdare.

Nei prossimi giorni, guardando il cielo intonerò come ogni anno convinto e commosso Tu scendi dalle stelle, pensando a Gesù, il Figlio di Dio che si è fatto uomo. C’è ancora bisogno, oggi più che mai, che egli nasca anche nei nostri cuori. Perché con le sue parole e la sua presenza, nei sacramenti e nella vita, egli solo può donare la grazia di un cuore nuovo: perché egli è il Bene.

Lo accoglieremo? Successe al primo Natale che Gesù dovette nascere in una mangiatoia, perché non c’era posto per lui in città. Sembra che anche oggi, a giudicare dalla frequenza in chiesa almeno qui da noi, le questioni della fede  non trovino posto tra mille impegni sportivi, saggi, vanitosi e compulsive passioni tecnologiche. Auguro allora a tutti di tornare ad essere presto come i pastori del primo Natale: che quella notte, guardando le stelle, non videro sonde spedite su sassi lontani a cercare la vita, ma Angeli che cantavano che la Vita stessa era discesa dal cielo. Quella che dona luce e gioia ad ogni uomo capace di umiltà.

don Fabrizio Ferrero

parroco di S. Edoardo Re