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Paolo VI e Romero santi

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"Non lasciamoci soffocare dai «profeti di sventura, né dai nostri limiti, errori e peccati". Lo ha detto Papa Francesco in occasione dell’apertura del Sinodo sui giovani che si sta svolgendo in queste settimane a Roma.

Sono convenuti vescovi da tutto il mondo e per la prima volta sono arrivati anche due vescovi della Cina continentale: l’uno legato alla chiesa “patriottica” e l’altro a quella “clandestina”. Un evento inimmaginabile fino a pochi giorni fa, reso possibile dall’accordo provvisorio appena siglato tra Cina e Vaticano. Un ponte, lanciato verso il gigante dell’Asia, dagli esiti imprevedibili di cui Francesco, attuale successore di Pietro, si è assunto tutta la responsabilità.

La Chiesa del presente guarda al futuro e guarda al passato. E così il Sinodo sui giovani coincide con la proclamazione di sei nuovi Santi. Due in particolare caratterizzarono le vicende ecclesiali del secolo scorso: Giovanni Battista Montini, ossia Paolo VI, e Oscar Arnulfo Romero l’arcivescovo di San Salvador assassinato nel 1980.

Paolo VI fu papa dal 1963 al 1978. Prima era stato arcivescovo di Milano; negli anni della guerra era stata stretto collaboratore di Pio XII e direttamente si occupò delle attività che il Vaticano svolse a favore dei rifugiati e degli ebrei. Quel giorno del 1943 quando Pio XII, per portare conforto alla gente del quartiere San Lorenzo, uscì per le vie di Roma sotto i bombardamenti aveva accanto a sé Montini. Fu quello di Paolo VI un pontificato faticoso e tutto in salita: da molti sottovalutato, Montini ebbe però un ruolo determinante in quelli che furono le tappe successive della storia recente della Chiesa cattolica. Portò a termine il Concilio Vaticano II, inaugurò la stagione dei viaggi apostolici, aprì il dialogo ecumenico con gli anglicani e gli ortodossi. Mite e coraggioso, si trovò in mezzo al fuoco concentrico sia da parte sia dei “conservatori” che dei “progressisti” in una stagione di grandi turbolenze in cui la barca di Pietro venne data per affondata. Il pontificato si concluse in modo drammatico con l’appello, disperato ed inascoltato, agli “uomini delle Brigate Rosse”.

Oscar Arnulfo Romero: Una vita spesa per il Vangelo, la Chiesa e i poveri oppressi. Nominato arcivescovo di San Salvador nel 1977, viveva in un piccolo alloggio all’interno di un ospedale per malati terminali. Tempi di violenza, guerra civile, sotto il tallone di un regime sanguinario. Anche mons. Romero fu sotto il tiro di due fuochi: accusato da destra di essere un comunista e da sinistra di essere un reazionario. Anche lui lanciò un ultimo appello, rimasto inascoltato: “Nel nome di Dio e del popolo che soffre vi supplico, vi prego, e in nome di Dio vi ordino, cessi la repressione”. Il giorno dopo gli sparano mentre celebrava messa nella cappella dell’ospedale: un solo colpo, dritto al cuore.

A San Salvador, e non solo, divenne un mito, accanto a Che Guevara e Salvador Allende, rischiando di finire ingabbiato negli schemi ideologici della sua epoca. Dissero che era Giovanni Paolo II a non volerlo santo. Quando si recò in visita a San Salvador il governo cercò in tutti i modi di evitare contatti, ma Wojtyła all’ultimo momento fece deviare il corteo papale verso il cimitero dove era sepolto il vescovo martire: “Romero è nostro”, disse sulla tua tomba il Papa polacco che aveva sfidato il comunismo.

Ma nuove sfide attendono il vascello di Pietro. «La speranza ci interpella, ci smuove, rompe il conformismo e ci chiede di alzarci per guardare direttamente il volto dei giovani e le situazioni in cui si trovano - ha esortato Papa Francesco all’inizio di questo Sinodo – I giovani ci chiedono che non li lasciamo soli nelle mani di tanti mercanti di morte che opprimono la loro vita e oscurano la loro visione»