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La sproporzione della Pasqua

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- di don Mario Aversano -
Il cammino delle nostre comunità ci trascina ogni anno a ripercorrere l’itinerario quaresimale per assaporare la Passione di Cristo. Per trovare in Lui la passione di vivere (e di morire) per ciò che conta.

Per fare della nostra vita una questione non di destino, ma di destinazione: siamo i compagni che Cristo cerca per ricondurre il mondo al cuore del Padre.

In virtù di quali competenze possiamo assumere questa proposta? Come non sentirci sproporzionati? In effetti, questo è proprio il punto di partenza - la nostra sproporzione - la consapevolezza del nostro disorientamento. O come scrive Ungaretti: «il mio povero cuore sbigottito di non sapere». Accettare di non avere tutte le risposte può essere il carburante che ci mette in movimento, la sana inquietudine che scuote la nostra coscienza dalla tentazione di accomodarsi sulla scontentezza, di sonnecchiare di fronte alle ingiustizie, di compiacersi delle piccole sicurezze, di diventare credenti sedentari.

L’inquietudine e lo stupore spinsero i discepoli a fidarsi di Gesù, a interrogare il suo mistero e a farsi testimoni della sua risurrezione, non prima di aver sperimentato la propria pochezza nell’ora in cui il Maestro pativa la persecuzione. Sostenuti dallo Spirito, essi non si lasciarono ipnotizzare dalle proprie infedeltà. Non fecero della loro sconfitta l’alibi per uscire di scena. Anzi, l’ascolto della Parola li mise nella condizione di leggere nelle loro infedeltà l’indistruttibile fedeltà di Dio alle sue promesse. Quella fedeltà che celebriamo nel Triduo Santo e in ogni domenica dell’anno: l’eucaristia, memoriale della Nuova Alleanza, fu istituita da Gesù «nella notte in cui fu tradito».

Gesù arde dal desiderio di comunione mentre tra i suoi si agitano forze di disgregazione. Così, in ogni nostra notte, in ogni abisso, Dio ci cerca per rinsaldare il suo patto con noi, proprio mentre lo disattendiamo: Gesù si fa prossimo – vicinissimo – nell’ora della nostra distanza.

Come fare della nostra sproporzione, della nostra infedeltà, la trama in cui “vedere” la fedeltà di Dio, la potenza della sua grazia che fa nuove tutte le cose? L’episodio dei discepoli di Emmaus (Lc 24) ci offre una pista promettente: abbiamo bisogno di rileggere le ferite, le sconfitte e i peccati della nostra vita, riconoscendo il passo del Risorto che ci affianca persino nelle nostre fughe. Cristo racconta i giorni della sua passione, trasfigurando il “certificato di morte” in inno di gloria.

La cronaca deprimente dei discepoli è assunta nella cornice gioiosa della Storia della Salvezza.

«La vita è come ce la raccontiamo», così una mia amica sintetizza il pensiero del pedagogista Bruner. I suoi studi mettono in evidenza che la salute (la salvezza) della nostra mente dipende da come organizziamo i fatti e i ricordi della nostra vita per farne «il romanzo che ci raccontiamo». La vita può essere storia di maledizione o storia di salvezza non solo per la materialità dei fatti che ci vengono addosso o che noi collaboriamo a costruire.

Conta molto lo sguardo! Il nostro e quello di quanti condividono sinfonicamente l’operazione di arrangiare e interpretare i pezzi che dobbiamo suonare in questa vita. Ci sarà accaduto in alcune occasioni di incontrare storie di rinascita in contesti impensabili, nuove fioriture laddove la croce ha disteso la sua ombra. A volte una malattia o una storia di povertà, talvolta un errore di percorso diventano – per grazia di Dio e per la nostra risposta d’amore – la cattedra da cui la Misericordia annuncia, riscrive la buona notizia che Dio è con noi, sta dalla nostra parte. Di solito, tali trasformazioni sono favorite dalla fecondità delle amicizie e delle relazioni comunitarie: la Pasqua cerca testimoni e collaboratori, uomini e donne che ne diffondano la mentalità dove vivono e lavorano, che ne cerchino indizi nei luoghi e nei cuori apparentemente più lontani. Perché, ieri come oggi, Dio desidera farsi vicinissimo, senza temere le nostre distanze. La sproporzione del Suo dono supera ogni nostra sproporzione.

Don Mario Aversano
Parroco a Maria Regina Mundi

Nell’immagine: “Pietro e Giovanni corrono al sepolcro” - dipinto di Eugène Burnand