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Bibbia per tutti - Giobbe, il mistero della sofferenza

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Viveva nella terra di Us (a sud-est del Mar Morto, attuale Giordania) un uomo chiamato Giobbe
: integro, retto, uomo di Dio e lontano dal male”.

Lo scrittore biblico non ci dice in che periodo sia vissuto Giobbe. Quando? Non si sa. I racconti rabbinici dicono che era contemporaneo di Mosè. Il profeta Ezechiele dice che visse al tempo di Noè, altri durante il regno di Salomone. Incerta è anche la data di composizione di questo libro della Bibbia. I commentatori spiegano che alla base c’è il racconto, la leggenda di Giobbe che è molto antica e a mano a mano, generazione dopo generazione, questo racconto viene ampliato con contributi sapienziali, riflessioni, prese di posizione fino alla stesura finale verso il terzo secolo a.C.

Comunque sia le parole di Giobbe, della moglie, dei suoi quattro amici e infine di Dio sono ancora attuali e risuonano in ognuno di noi e nella mentalità dei nostri giorni.

Non è solo rappresentato lo sconcerto di ogni uomo davanti al mistero del male, della sofferenza ingiusta, delle tragedie improvvise, il grido di chi soffre verso un Dio che sembra lontano ed indifferente. Questo libro rappresenta il tentativo dell’essere umano turbato e sconvolto dal dolore di comprendere qualche cosina di più della propria posizione, debolezza, fragilità di fronte al Dio santo e onnipotente.

Ma torniamo al protagonista di questo dramma. Giobbe appare all’inizio come un uomo appagato: ricco, influente e ospitale, che gode di ottima reputazione in città. Ciò che possiede lo ha conquistato con onestà, “era il più grande fra tutti i figli d’Oriente!” Passa il tempo a soccorrere i bisognosi, le porte di casa sua sono sempre aperte per i poveri, persino Dio né è orgoglioso: “hai visto il mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra!” Ha una moglie, sette figli e tre figlie tutti in buoni rapporti tra di loro.

A questo punto lo scrittore immagina una riunione nell’alto dei cieli. Dio convoca la corte celeste, i “bnei elohim”, cioè gli angeli più importanti, per avere un racconto di ciò che capita nel mondo. “E anche Satana andò in mezzo a loro”, si legge a un certo punto. Il suo ruolo è quello dell’avvocato del diavolo, del pubblico ministero che accusa gli uomini davanti a Dio. Satàn in ebraico significa avversario: è colui che da un lato istiga gli uomini contro Dio e dall’altro provoca Dio contro gli uomini. E’ lui a lanciare una sfida a Dio sulla bontà e fedeltà di Giobbe: “Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani”, tutto gli va bene; è fedele perché non gli costa niente. Ma, provoca Satana, “senti un po’ Dio, stendi la tua mano, prova a levargli tutto quello che possiede, poi vedrai come ti getterà in faccia insulti e maledizioni”. Così, col permesso di Dio, Satana si scatena e Giobbe, all’improvviso senza sapere perché, vede cadere sopra i suoi beni una catena di disastri. Perde tutto da un momento all’altro: si salvano solo lui e la moglie, anche i figli muoiono tutti nel crollo della loro casa durante una tempesta.

Ora, al di là di Satana, se ci pensiamo bene, quante volte nel nostro cuore si è scatenato questo sentimento di invidia verso chi sta bene, è ricco, soddisfatto, ammirato e ha successo. Quante volte abbiamo augurato il male a chi invidiamo! L’azione di Satana è un aspetto del nostro essere, lo specchio di nostri pensieri e sentimenti. Satàn ci raffigura, ci incarna, presenta a Dio una parte di noi, di cui ci vergogniamo: spesso quel Satana siamo noi… e questo fa del libro di Giobbe una veritiera parabola sul cuore e sul pensiero di ogni uomo.

E Giobbe?

Disperato strappa i propri vestiti, si taglia i capelli in segno di lutto, ma non si lamenta, anzi si mette a pregare. “Si inginocchiò e disse: nudo sono uscito dal ventre di mia madre e nudo tornerò alla terra. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome di Jhwh”.

Ma Satana non accetta la sconfitta e rilancia la sua sfida Dio: Lascia che gli tolga la salute, l’uomo è disposto a perdere ogni bene pur di salvarsi la vita”. E Giobbe si ammala, il suo corpo è coperto di piaghe e lebbra, va a vivere lontano dalla città, come era richiesto ai lebbrosi. Fa schifo a guardarlo e “prese un coccio per grattarsi e stava seduto in una discarica” (traduzione attualizzata).

Tutti lo ignorano e lo disprezzano. Altro atteggiamento tipico del nostro comportamento: se qualcuno cade in disgrazia tutti fuggono! Pensate a cosa capita a chi è colpito da uno scandalo ed è accusato di qualche malefatta. Anche la moglie di Giobbe rincara la dose: “ancora persisti nella tua fedeltà a Dio? Scemo! Maledici Dio, così alla fine morirai!” A quel tempo il bestemmiatore era condannato a morte e qui la moglie lo invita a riflettere se non sia meglio darsi la morte subito piuttosto che continuare a soffrire. Ma Giobbe risponde: “sei tu la scema! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?”

In tutto questo Giobbe non peccò con le sue parole”, annota l’autore del libro. Secondo la mentalità di quei tempi il dolore e la sofferenza potevano solo spiegarsi così: castigo di Dio per i peccati commessi… e allora Giobbe doveva essere un gran peccatore che ora pagava il fio per le sue azioni. Spesso anche noi la pensiamo così: se qualcuno sbaglia che paghi subito, che sia subito punito, processo sommario e immediato come si fa sui mass-media!

Lasciamo Giobbe nel suo silenzio e nella sua preghiera, un silenzio - dice il testo - “di sette giorni e sette notti tanto era grande il suo dolore”. Il mese prossimo vedremo come continuerà la sua storia. Nel frattempo buona Pasqua di resurrezione a tutti.

Enrico de Leon