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"Mio nonno, il castello, Cichìn e Tota Levi"

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I rapporti tra la famiglia Segre e la popolazione di Nichelino sono profondi e risalgono ad un'epoca nella quale
Nichelino era un piccolo Comune con un'economia essenzialmente agricola.
Mio nonno Emanuel Segre era molto amato dai nichelinesi che gli offrirono, nel 1922, quindi proprio all'inizio del ventennio fascista, la carica di podestà. Ma egli la rifiutò ed ecco le parole che scrisse al Direttorio del Partito Nazionale Fascista di Nichelino il 29 settembre 1922: "Ho sempre seguito con ammirazione e consenso, fin dal suo nascere, il movimento del partito fascista, ho ammirato l'epica lotta da esso sostenuta e il brillante risultato fin qui ottenuto contro chi mirava a gettare il nostro Paese nel disordine abbattendo e distruggendo un progresso conquistato con sacrifici da molte generazioni. Ma con tutto ciò, per quanto molto simpatizzante, non posso iscrivermi per ora nel partito, non potendo condividere con esso tutto il suo programma nella parte di politica internazionale, né potendo approvare i modi violenti che in questi ultimi tempi esso usa per conquistare innocui Comuni alla causa del partito. Disapprovo pure l'accettazione nel partito, così su due piedi, di elementi non perfettamente di fede fascista, e ciò è, secondo me, un grande errore che sarà scontato".

Sapeva vedere lontano, mio nonno Emanuel. La lettera si chiudeva con l'augurio di poter "un giorno confutare al capo partito le idee che credeva erronee per un felice svolgimento del programma fascista" (che, ricordo, in origine voleva essere anche socialista).

Pochi mesi dopo, in altra lettera datata 15 dicembre 1922, scriveva: "Mi sento oltremodo onorato dell'offerta di portarmi candidato del partito fascista... Io, come tutta la mia famiglia che ne ha dato prove luminose (n.d.r un suo prozio sparò il primo colpo di cannone, su ordine del generale Cadorna, contro la Roma dei Papi, nel 1870), sono sempre stato un fervido italiano e come tale ho sempre agito. Ma, come vero ebreo, ché tale mi onoro pure di essere, assai prima che sorgesse il fascismo io ero Sionista... ma mi sembra, con mio vivo dolore, di scorgere una tendenza fascista ad avversare il Sionismo. Inoltre, essendo sempre fra i contadini, non mi sentirei di combatterli schierandomi in lotta contro il Partito Popolare per il quale so che essi simpatizzano per motivi religiosi."

Mio nonno Emanuel, con queste parole, spiegò perché non poteva accettare quella carica politica, ma non fece mancare, in quella occasione, come già tante volte in precedenza, il suo generoso contributo agli enti nichelinesi (in questo caso all'Asilo di Nichelino).

Il busto di Emanuel Segre, posto sulla scalinata del Municipio, venne ivi posto proprio a ricordo della sua generosità nei confronti della Città.

Suo figlio Sion fu, inevitabilmente, un antifascista della prima ora e venne anche condannato dal Tribunale speciale nel 1934. Nel Castello, che Emanuel aveva acquistato dalla contessa Occelli, Sion soggiornava molto spesso. E nel Castello lavorava Cichin, che "aveva l'aria nobile", ma che, da sempre, coltivava i campi attorno alla Palazzina di Stupinigi. "Un mattino - raccontava mio padre - fui svegliato alle cinque dall'abbaiare dei cani. Tre signori sconosciuti stavano vicino al mio grande letto col baldacchino al piccolo punto dell'ultima contessa Occelli di Nichelino. Mi dissero: ‘Polizia politica. Siamo incaricati di una piccola perquisizione ...’ Ripartirono verso le sei del pomeriggio, e non avevano trovato quel che cercavano".

L'indomani Sion, rimettendo ordine nella sua stanza, ritrovò, al loro posto, le carte che la polizia non aveva trovato, anche se erano un po' sporche di terra. "Le aveva rimesse Cichin – ricordava mio padre - dopo averle dissotterrate da quel posto in giardino che lui solo conosceva, e dove le aveva nascoste mentre quei signori erano sopra... ma sa, temevo fossero pericolose per lei".

Insomma, Cichin era davvero uno di casa, presso la famiglia Segre.

E di casa era anche una certa signorina Levi, entrata a servizio quando non aveva che 15 anni, e che, all'avvicinarsi della seconda guerra mondiale, di anni ne aveva un'ottantina; era chiamata, per il lungo rapporto familiare, la "nonnina".

Così raccontava ancora mio padre: "Fu a Cichin che affidammo la nostra nonnina, quando fummo costretti a fuggire per l'imminente arrivo dei tedeschi. Era troppo vecchia per rischiare i disagi di un viaggio o della vita clandestina. Ma si chiamava Levi, e temevamo per lei. Il Castello fu occupato dalle SS, che vi stabilirono un loro Alto Comando, e vi soggiornarono quasi due anni. In una stanza al piano terreno, comunicante da un lato con le sale occupate dalle SS, e dall'altro con la casa di Cichin, coabitò tranquilla, fino alla fine della guerra, la nostra nonnina".

A Nichelino tutti la conoscevano come "tota Levi", ma nessuno la denunciò.

Anche per questo il legame della mia famiglia con Nichelino è, come scrivevo all'inizio, così profondo.

Emanuel Segre Amar