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"Mio padre, fucilato in Albania a 23 anni"

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Proprio così, non ho mai conosciuto mio padre e lui non ha mai conosciuto me”.


Anche se sono passati più di settant’anni si emoziona la signora Domenica Guerrera, quando racconta la propria storia. Lei è nata a Messina. Come tanti dalla Sicilia si è poi trasferita al nord, nel 1968, e a da lungo tempo vive qui a Nichelino, felicemente sposata, due figlie e tre nipoti che ora sono la sua gioia.

I giovani di oggi neanche immaginano i travagli e i fardelli di fatica che tanta gente si portò dietro lasciando il paese di origine in cerca di una vita un po’ migliore. Che fosse la campagna del Piemonte, del Veneto, della Calabria o della Sicilia non fa differenza.

Si chiamava Pantaleo, mio padre - racconta la signora Domenica - Mia mamma e chi l’ha conosciuto me lo descrivevano come un giovane simpatico e sempre allegro. Faceva il contadino, come i suoi quattro fratelli. Quando nel ’40 si fidanzò non aveva ancora 20 anni e mia mamma 16. Ma c’era la guerra. Finito il servizio di leva venne trattenuto nella Marina Militare, finché un giorno venne spedito al fronte in Albania, a Valona”.

Nel 1939 l’Italia aveva occupato militarmente l’Albania con un corpo di spedizione di oltre 100 mila uomini. La megalomania del regime fascista aveva concepito l’operazione come testa di ponte per “l’espansione dell’impero” nei Balcani e nella penisola ellenica. “Spezzeremo le reni alla Grecia”, promise Mussolini. In realtà con la deflagrazione del secondo conflitto mondiale anche questa impresa si rivelò un disastro.

Il nostro giovane Pantaleo torna in licenza nel novembre del ’41 per quindici giorni, giusto il tempo di fare la proposta di matrimonio alla ragazza di cui era innamorato. Ritorna l’anno e la sposa. “Mamma rimase incinta di me - continua Domenica - glielo comunicò per lettera quando lui era già ripartito per il fronte. Era contento: così avrai un po’ di compagnia, le scrisse”.

Intanto però Messina è sotto le bombe. La città siciliana fu tra le più bombardate nella seconda guerra mondiale con quasi tremila incursioni aeree. “La città fantasma”, venne soprannominata. Gli scheletri delle case rimanevano su perché erano state costruite in cemento dopo il terremoto del 1908. Dall’alto Messina sembrava quasi intatta, ma era completamente sventrata.

Con il suo fagotto, cioè me, la mamma era sfollata a piedi a Barcellona Pozzo di Grotto dalla nonna, senza più avere notizie del marito - prosegue la signora Domenica - Una sera, era il 12 maggio del ’43, sentì bussare alla porta. Era il suo Pantaleo. Immaginate la gioia. Si fermò in licenza per un mese. Fu l’ultima volta che si videro. Papà ripartì il 13 giugno. Io nascevo il 28 luglio. Intanto i bombardamenti erano arrivati anche lì. Erano rimasti solo donne, bambini e anziani, perché gli uomini erano quasi tutti sotto le armi. Sempre a piedi per sentieri impervi queste donne disperate con i loro figli cercavano rifugio nell’interno, accampate nelle grotte dei saraceni, stando ben attente a spegnere i fuochi quanto sentivano il rumore dei bombardieri”.

L’esordio alla vita della piccola Domenica fu tremendo: “Mia madre mi raccontava che il giorno in cui venni battezzata la cerimonia dovette essere interrotta tre volte a causa dei bombardamenti”.

In Albania la situazione stava precipitando. Dopo l’armistizio dell’8 settembre decine di migliaia di militari italiani si trovarono completamente allo sbando tra Tirana, Valona e Scutari. Alcuni si consegnarono ai tedeschi, altri riuscirono rocambolescamente a rientrare in Italia, altri - tra cui Pantaleo Guerrera - decisero di unirsi alla resistenza albanese. Fatto prigioniero dai nazifascisti, venne internato in un campo di concentramento; tentò di evadere, ma fu ripreso e dopo processo sommario venne fucilato, a Scutari.

Era l’11 novembre del 1944, Pantaleo aveva 23 anni e una figlia che non conoscerà mai.

Mia mamma non ebbe più notizie e lui non seppe mai se era nato un bambino o una bambina. Nel settembre del ‘44 ricevette una lettera che papà aveva spedito un anno prima. La mamma si recava tutti i giorni al porto di Messina in cerca di informazioni dove sbarcavano i reduci ed anche molte bare. Finché un giorno, quasi due anni dopo, trovò il cappellano che aveva confessato mio padre prima dell’esecuzione. Le consegnò il portafoglio, un foglietto con le sue ultime volontà e alcune foto”.

Quelle poche foto ingiallite, che la signora Domenica in questi settant’anni ha sgranato infinite volte con infinita nostalgia, sono le uniche immagini che le restano di suo padre.

Il marinaio fuochista Pantaleo Guerrera è stato insignito con medaglia d’argento al valor militare (alla memoria) e, solo nel 1985, è stato riconosciuto come “Partigiano” con Diploma d’Onore di combattente per la libertà d’Italia a firma del Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Sappiano i giovani, in questo nostro tempo di realtà virtuale e senza più memoria, che tutto questo è davvero successo.

Nelle foto: Pantaleo Guerrera; nell'immagine a destra con alcuni commilitoni a Valona