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La gloriosa epopea del cinema muto tra Stupinigi e il Sangone

C'era una volta
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E’ risaputo che nel dopoguerra le sponde nichelini del Sangone furono il set di alcuni film
di avventura, ispirati ai racconti di Salgari, come La vendetta dei Tughs e I misteri della Giungla Nera. Non che i luoghi, a due passi della città, fossero proprio selvaggi, ma la magia del cinema – e delle storie di Salgari – riuscì a trasformarli in paesaggi esotici.

Tra l’altro gli esordi cinematografici di Nichelino risalivano a qualche decennio prima, addirittura ad inizio secolo, all’epoca del cinema muto.

Carla Griva, appassionata di storia locale, ha ritrovato alcune immagini che documentano quella gloriosa epopea. Nel 1912 in riva al Sangone venne girato “Il pellegrino”, pellicola a soggetto religioso con la regia di Mario Caserini. Nel 1913, in occasione del 40° anniversario della morte di Alessandro Manzoni, uscì nelle sale un’impegnativa versione cinematografica dei Promessi Sposi diretta da Eleuterio Rodolfi. Le scene topiche del romanzo vennero girate nel lecchese, sui luoghi manzoniani, ma al posto di “quel ramo del lago di Como” per gli esterni generici sì preferì una più modesta location, ossia il Sangone. A vestire i panni di Renzo era tal Mario Voller-Buzzi, un attore che veniva dal teatro. Nella foto qui sopra ecco invece Lucia. “Mentre tornava dalla filanda, ed era rimasta indietro dalle sue compagne, le era passato innanzi don Rodrigo…”. Si trovava in realtà dalle parti del Boschetto. Lucia era interpretata da Gigetta Morano, famosa attrice del cinema muto che aveva raggiunto la notorietà in cortometraggi comici tipo Ridolini per passare poi ad altri ruoli. Con l’avvento del sonoro la Morano finì nel dimenticatoio, ma a fine carriera interpretò una parte minore nel film I Vitelloni di Fellini.

“Il pellegrino” e “I Promessi Sposi” furono tra le tante produzioni di Arturo Ambrosio, uno dei pionieri della cinematografia italiana che mosse i primi passi a Torino, dove i cinema rapidamente proliferarono con grande successo di pubblico. Il primo artigianale laboratorio e “teatro di posa” era in Barriera Nizza, ma Arturo Ambrosio agli esordi utilizzava spesso come sfondo anche i boschi e i campi attorno a Stupinigi. Nel 1911 l’Ambrosio Film fu premiata in occasione dell’Esposizione Internazionale che si svolse al Valentino per il film “Nozze d’Oro”. Della prestigiosa giuria faceva parte anche uno dei fratelli Lumière. La pellicola in realtà era sulle guerre d’indipendenza e fu uno dei primi esempi di flashback nella storia della narrativa cinematografica.

La trama: in una famiglia i nonni festeggiano le nozze d’oro e ricordano come si incontrati. Lui, bersagliere nella battaglia di Palestro, mentre è accerchiato dagli austriaci tenta una coraggiosa sortita, ma viene ferito. Riesce a rifugiarsi in una cascina e qui conosce lei, la figlia di un contadino che lo cura amorevolmente. Rientra nella battaglia e partecipa alla carica dei piemontesi riuscendo a liberare il reparto accerchiato. Il nostro eroe viene dunque decorato e naturalmente appena può ritorna alla cascina per sposare la figlia del contadino. Vissero felici e contenti… e cinqunt’anni dopo eccoli qui a raccontare tutta la storia ai nipoti.

“Nozze d’oro” ebbe un certo successo anche all’estero. Quasi un kolossal del cinema muto: per le scene di guerra vennero scritturate 400 comparse. Secondo qualche testo di storia del cinema gli esterni vennero girati a Pianezza, secondo altri nella solita campagna intorno a Stupinigi. Di sicuro nella Palazzina di Stupinigi il film venne proiettato su esplicita richiesta della famiglia Savoia che molto lo apprezzò. Questo fatto contribuì non poco a risolvere i problemi con la censura nella quale la pellicola era nel frattempo incappata per questioni politiche, nonostante la calorosa accoglienza di pubblico e critica. Temeva infatti il Governo che il film potesse offendere l’Austria, all’epoca alleata. Ma di lì a poco il quadro delle alleanze sarebbe di nuovo rapidamente cambiato. Nel 1915 l’Italia entrò in guerra contro l’Austria e Nozze d’Oro tornò in grande auge come esempio di patriottismo. Critica entusiasta: E’ risaputo che nel dopoguerra le sponde nichelini del Sangone furono il set di alcuni film di avventura, ispirati ai racconti di Salgari, come La vendetta dei Tughs e I misteri della Giungla Nera. Non che i luoghi, a due passi della città, fossero proprio selvaggi, ma la magia del cinema – e delle storie di Salgari – riuscì a trasformarli in paesaggi esotici.

Tra l’altro gli esordi cinematografici di Nichelino risalivano a qualche decennio prima, addirittura ad inizio secolo, all’epoca del cinema muto.

Carla Griva, appassionata di storia locale, ha ritrovato alcune immagini che documentano quella gloriosa epopea. Nel 1912 in riva al Sangone venne girato “Il pellegrino”, pellicola a soggetto religioso con la regia di Mario Caserini. Nel 1913, in occasione del 40° anniversario della morte di Alessandro Manzoni, uscì nelle sale un’impegnativa versione cinematografica dei Promessi Sposi diretta da Eleuterio Rodolfi. Le scene topiche del romanzo vennero girate nel lecchese, sui luoghi manzoniani, ma al posto di “quel ramo del lago di Como” per gli esterni generici sì preferì una più modesta location, ossia il Sangone. A vestire i panni di Renzo era tal Mario Voller-Buzzi, un attore che veniva dal teatro. Nella foto qui sopra ecco invece Lucia. “Mentre tornava dalla filanda, ed era rimasta indietro dalle sue compagne, le era passato innanzi don Rodrigo…”. Si trovava in realtà dalle parti del Boschetto. Lucia era interpretata da Gigetta Morano, famosa attrice del cinema muto che aveva raggiunto la notorietà in cortometraggi comici tipo Ridolini per passare poi ad altri ruoli. Con l’avvento del sonoro la Morano finì nel dimenticatoio, ma a fine carriera interpretò una parte minore nel film I Vitelloni di Fellini.

“Il pellegrino” e “I Promessi Sposi” furono tra le tante produzioni di Arturo Ambrosio, uno dei pionieri della cinematografia italiana che mosse i primi passi a Torino, dove i cinema rapidamente proliferarono con grande successo di pubblico. Il primo artigianale laboratorio e “teatro di posa” era in Barriera Nizza, ma Arturo Ambrosio agli esordi utilizzava spesso come sfondo anche i boschi e i campi attorno a Stupinigi. Nel 1911 l’Ambrosio Film fu premiata in occasione dell’Esposizione Internazionale che si svolse al Valentino per il film “Nozze d’Oro”. Della prestigiosa giuria faceva parte anche uno dei fratelli Lumière. La pellicola in realtà era sulle guerre d’indipendenza e fu uno dei primi esempi di flashback nella storia della narrativa cinematografica.

La trama: in una famiglia i nonni festeggiano le nozze d’oro e ricordano come si incontrati. Lui, bersagliere nella battaglia di Palestro, mentre è accerchiato dagli austriaci tenta una coraggiosa sortita, ma viene ferito. Riesce a rifugiarsi in una cascina e qui conosce lei, la figlia di un contadino che lo cura amorevolmente. Rientra nella battaglia e partecipa alla carica dei piemontesi riuscendo a liberare il reparto accerchiato. Il nostro eroe viene dunque decorato e naturalmente appena può ritorna alla cascina per sposare la figlia del contadino. Vissero felici e contenti… e cinqunt’anni dopo eccoli qui a raccontare tutta la storia ai nipoti.

“Nozze d’oro” ebbe un certo successo anche all’estero. Quasi un kolossal del cinema muto: per le scene di guerra vennero scritturate 400 comparse. Secondo qualche testo di storia del cinema gli esterni vennero girati a Pianezza, secondo altri nella solita campagna intorno a Stupinigi. Di sicuro nella Palazzina di Stupinigi il film venne proiettato su esplicita richiesta della famiglia Savoia che molto lo apprezzò. Questo fatto contribuì non poco a risolvere i problemi con la censura nella quale la pellicola era nel frattempo incappata per questioni politiche, nonostante la calorosa accoglienza di pubblico e critica. Temeva infatti il Governo che il film potesse offendere l’Austria, all’epoca alleata. Ma di lì a poco il quadro delle alleanze sarebbe di nuovo rapidamente cambiato. Nel 1915 l’Italia entrò in guerra contro l’Austria e Nozze d’Oro tornò in grande auge come esempio di patriottismo. Critica entusiasta: «il più ispirato, il più eletto, il più gagliardo e nello stesso tempo il più sentimentale lavoro uscito dalla casa Ambrosio” .«il più ispirato, il più eletto, il più gagliardo e nello stesso tempo il più sentimentale lavoro uscito dalla casa Ambrosio” .