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Tutti a scuola per crescere

Società e cultura
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Fin da bambini abbiamo dovuto imparare a gestire nodi e grovigli. In principio, fu la scarpa.
A un certo punto, diventò necessario emanciparsi dall’intervento dei genitori: dovevamo imparare a legarci i lacci da soli. Un gesto che diventò semplice solo dopo parecchia applicazione (per me fu una faticaccia!), ma che all’inizio richiedeva sforzo e concentrazione. Di fronte a qualche inestricabile pasticcio, occorreva chiedere aiuto, soprattutto sentire che mamma e papà sapevano che ce l’avremmo fatta. Così un “semplice” gesto diventò l’esperienza e il simbolo di una conquista, di un passo in avanti. Sapermi allacciare le scarpe mi fece assaporare il gusto di una nuova partenza. Non solo per la concretezza di un progresso manuale, ma per quello che ci stava dietro: l’ulteriore prova che stavo crescendo, che il mondo diventava più addomesticabile.

Avete in mente la situazione di sproporzione che si vive da “piccoli”? Dalla conquista dei nodi a quella del primo orologio, tra le gioie e le frustrazioni – gli alti e i bassi – che hanno segnato l’elettrocardiogramma della nostra vita, abbiamo raggiunto la statura della persona adulta. Al di là dei centimetri reali, c’è una percezione della nostra altezza che anche da adulti varia a seconda delle situazioni.

L’adulto capace non è «l’uomo che non deve chiedere mai», ma quello che talvolta sperimenta di “non arrivarci”, di non riuscire a raggiungere le cime che aveva puntato. Lo psichiatra Paolo Crepet scrive: «I bambini sono bassi, non scemi». Così, da adulti, abbiamo bisogno di riappropriarci della nostra fragilità, di riconciliarci con la piccolezza che accompagna ogni stagione, scoprendone la potenzialità evolutiva: solo chi manca di qualcosa può custodire l’appetito di un nuovo passo, non soccombere alla condanna di essere un “arrivato”. Quando si parla della persona di successo come di “un arrivato”, rimango perplesso: siamo tutti camminatori, gente che ricomincia ogni mattino. E anche quando fossimo immobilizzati da una malattia o da una delusione, il cuore continua a battere, a camminare. Continueremo a crescere anche in cielo, perché l’Amore è per sua natura espansivo, estroverso, eccedente, fruttuoso. Come per i bambini l’autunno è associato alla ripresa scolastica, eccoci spronati tutti quanti a rimetterci a studiare, a voler capire, a non arrenderci alla presunzione di sapere già tutto. Se Gesù ci ha indicato la statura del bambino come quella ideale per il Regno dei Cieli, allora abbiamo bisogno di recuperare la competenza di essere piccoli, bassi e carichi di domande.

Come affronteremo l’incertezza dei nostri tempi, quali risposte dare alle tante sfide? Mancanza di lavoro, immigrazione, paura sociale, solitudini, dipendenze, smarrimento della fede… Alcune questioni ci appaiono come veri e propri grovigli, nodi inestricabili. Eppure solo se ci sapremo innamorare di questa realtà, accettandone i contorni disordinati, potremo aiutarci a sciogliere, a risolvere le sfide che oggi si propongono non solo come ostacoli, ma in quanto scalini da salire per crescere.

Qualche giorno fa, una ragazza di sedici anni, durante un incontro di gruppo in parrocchia, diceva che «crescere è prima di tutto una questione morale». Mi è sembrata un’espressione folgorante, tanto più perché a dirlo era una testimone così giovane. Morale: aggettivo scomodo e anticonformista. La ragazza ne parlava non solo in rapporto al cuore, ma prima di tutto alla mente. Aveva disegnato su un foglio il cervello umano: uno degli organi che fisicamente cresce meno degli altri, eppure guadagna in specializzazione e “profondità”. Abbiamo bisogno di crescere moralmente, integralmente. La sua voce – e quella degli altri ragazzi convenuti all’incontro – mi è sembrata profezia. Attraverso i propri disegni ciascuno ha rappresentato i sogni e le paure che suscita in loro l’esperienza e la decisione di crescere. Ma al di là delle singole rappresentazioni, l’esperienza di annodare insieme i propri racconti ci ha regalato il senso di un percorso corale, di una strada popolata di compagni di viaggio.  L’abilità delle nostre mani ad annodare legami e a sciogliere grovigli rende le generazioni – e queste tra di loro – feconde, generative.  Siamo stati generati per generare, abbiamo ricevuto la vita per ridonarla. A scuola, quest’autunno, ci rimettiamo tutti in gioco: mente, cuore, mani possono ambire a crescere in profondità, a crescere moralmente.

Don Mario Aversano
Parroco a Maria Regina Mundi - Nichelino