Time, love, death: viaggio attraverso i tre pilastri della vita

Società e cultura
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Ultimamente, soprattutto tra coloro che fanno del cinema un culto laico, spopolano tre parole: Time, Love, Death. Tempo, Amore, Morte.
Parafrasando quanto recitato da Will Smith in Collateral Beauty (in italiano bellezza collaterale, concetto che tanto tornerà utile nel viaggio in questo mare d'inchiostro) ogni uomo aspira all'amore, spera di avere più tempo di quanto gliene sia concesso e teme la morte. Possibilmente, il cammino compiuto da noi ragazzi del treno della memoria ha avuto come tappe, metaforicamente parlando, i tre pilastri della vita. Time, Love, Death.

Spesso, capita di soffermarsi e riflettere, chiedendosi come sarebbe andata se le scelte prese fossero state diverse, le parole pronunciate più dolci e se gambe e cuore avessero avuto come meta altre destinazioni. Realisticamente, sintomi malinconici e nostalgici derivanti da un presente non propriamente roseo e appagante, quantomeno discosto da quanto immaginato in epoche più o meno lontane. Se fosse possibile, in molti cambierebbero il proprio passato, anche se in minima parte, tentando di correggere errori che il tempo non è riuscito a cancellare. Come è risaputo, però, le sentenze del passato sono inconfutabili. Del resto Eraclito diceva: panta rei, tutto scorre. "Il tempo non torna a fare ciò che perdiamo, l'eternità lo conserva per il gaudio e per il fuoco eterni", scriveva Jorge Luis Borges.

Ecco, i 3000 e rotti chilometri macinati da Torino a Cracovia, con vista su Praga, e ritorno hanno avuto come primo merito quello di svelare l'importanza del tempo, eterno metronomo della vita. Un tempo sinonimo di opportunità, occasioni da cogliere al balzo affinché non fuggano definitivamente dalla vista, come il famoso treno che passa una e una sola volta. Un tempo dispensatore di emozioni, lacrime, sorrisi, sguardi, abbracci e amicizie, tratti caratterizzanti di una comunità viaggiante, come quella che ha espresso desideri fissando lo stellato cielo di Cracovia e varcato i cancelli di Auschwitz, con gli occhi spenti, ma con il cuore acceso, mosso da un perenne senso di speranza.

Un tempo concettualmente analogo ai 90 minuti giocati dai prigionieri del lager di Terezyn in una partita di calcio contro i capi nazisti del campo, la più meschina e vile mai disputata con il solo scopo di mostrare al mondo quanto quel luogo infernale fosse in realtà una sorta di paradiso terrestre in cui ogni cosa era possibile. Un tempo da sfruttare al massimo in memoria di chi non ne ha avuto abbastanza. Carpe diem, carpe diem. Così insisteva Robin Williams nel celebre film "L'attimo fuggente", cogliete l'attimo!

Parallelamente al "tiranno" per eccellenza si colloca l'amore, seconda fermata del cammino, forse la più significativa. Il momento della partenza è sempre complesso, difficile da spiegare, utopico comprenderlo. Il processo, però, è semplice. Ci si lascia alle spalle un mondo all'interno del quale si è parte integrante alla volta di luoghi ignoti. L'adrenalina del "forestiere della vita" entra in rotta di collisione con il tormento dell'abbandono. Forse, il motivo di queste emozioni contrastanti è l'amore, verso l'avventura e nei confronti del "nido" familiare dal quale è necessario allontanarsi, seppur momentaneamente, spiccando il volo. L'amore, il sale della terra, preziosa creatura da custodire, fiore raro da irrigare quotidianamente in modo da non farlo appassire.

Un amore del quale la barbarie nazista ha ignorato ogni minima sfumatura, preferendo l'odio alla vita. Tutto sommato, anche nei tunnel più bui, al fondo dei quali non si riesce a scorgere la luce, è possibile trovare una via di fuga, a dimostrazione di come l'amore sia l'arma più letale, l'unica in grado di abbattere qualsiasi ostacolo e barriera. Un amore inteso come lotta alla violenza e come rifiuto di resa di fronte ai soprusi delle S.S. Ne è la riprova la storia di una mamma e del suo piccolo fatti prigionieri a Birkenau, morti abbracciati e folgorati dalle scariche elettriche del filo spinato al quale si erano aggrappati in un ultimo e disperato gesto di libertà. Una di quelle storie sempre a cavallo del filo che divide e al contempo collega logico ed illogico, razionale ed irrazionale.

Dopo aver citato il cimitero all'aria aperta più grande del mondo è fisiologico toccare l'ultimo dei tre pilastri della vita e del viaggio: la morte. Cinque lettere che, sin dalla notte dei tempi, attirano sguardi sgomenti e con le quali non si vorrebbe mai avere a che fare. Si dice che la paura di morire sia propria dell'uomo e che appartenga a lui solamente. Se l'alter ego del sole è la luna, allo stesso modo la morte è il completamento della vita, universi tanto lontani quanto vicini, soprattutto dopo aver toccato con mano propria i luoghi più contraddittori e lugubri della storia dell'umanità. Veri e propri cimiteri all'aria aperta in cui il battito di milioni di cuori ripropone continuamente un concerto interrotto bruscamente circa 70 anni fa, quando il male sovrastò il bene, obbligandolo a prostrarsi ai suoi piedi, quando il silenzio assordante dell'odio, percepibile tuttora, zittì la dolce musica dell'amore. Vite stroncate, desideri irrealizzati, sogni mai tramutatisi in solide e radiose realtà. Bambini sottratti alle braccia calde e sicure di madri rassegnate ma mai dome, privati di un futuro rigoglioso, come successo a Lidice, vicino Praga, quando Hitler, per rappresaglia, decise di sterminare l'intera popolazione del piccolo paese boemo, compresi 82 bambini soffocati dai gas di "docce" trappola.

Teopompo, grande storico dell’antica Grecia, un giorno disse che ogni uomo è semplicemente un organo del quale Dio si serve, proiettandolo sulla terra, per sentire il mondo. Chissà cosa deve aver sentito ad Auschwitz. Grida, lamenti, pianti. Niente, probabilmente. Forse, ha preferito non ascoltare.

Per quanto incomprensibile e faticoso possa essere, è doveroso e opportuno saper scorgere e cogliere la famosa bellezza collaterale, eterno ed immortale mantra dei tre pilastri della vita. Time, Love, Death.

Gabriele Sollazzo