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Come i discepoli di Emmaus

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- di don Fabrizio Ferrero -
Erano in due e se ne stavano andando lontano dalla grande città. Durante il viaggio parlavano di quello che era accaduto.
Si era accostato loro uno sconosciuto. Aveva fatto domande semplici, ma domande di chi sa leggere lo stato d'animo della gente. Gli avevano risposto, infatti, tristi: il loro mondo era crollato tre giorni prima. Era morto un amico. E al loro cuore erano salite prima rabbia, poi delusione e infine dolore, quello di chi non sa reagire e non sa rassegnarsi.

Lo sconosciuto li aveva ascoltati, a lungo. Li aveva lasciati sfogare, camminando al loro passo, senza fretta, con silenziosa partecipazione. Li aveva lasciati sbrodolare i loro pensieri scomposti, i gemiti e i pianti, dando loro il tempo di srotolare il groviglio di sentimenti che un tempo avevano infiammato i loro cuori, e che ora sembravano aver perso slancio e calore, lasciandoli smarriti e muti.

Con pazienza, lo sconosciuto li aveva aiutati a ricomporre il passato, un pezzo alla volta. Li aveva aiutati a ricordare gli inizi, gli aneddoti, gli episodi più belli vissuti insieme al loro amico. Ma anche i dialoghi, le parole un tempo ascoltate distrattamente e che ora, alla luce di come era andata la vita, si mostravano cariche di risonanze nuove.

Arrivati al luogo dove erano diretti, avevano invitato lo sconosciuto a fermarsi con loro. Si erano sentiti accolti nel suo cuore con misericordia, aiutati a rivivere centinaia di istanti come se non fossero mai passati. Non volevano separarsene. Fino a quando, senza accorgersene, non lo avevano più visto. Ma si era fatta strada in loro la consapevolezza che egli non fosse stato altri che il loro amico.

Rileggere gli avvenimenti dei discepoli di Emmaus, incontrati da Gesù dopo la sua risurrezione, è un atto che porta sempre tre cose: consolazione, pace e un invito.

Consolazione perché, come davanti ad uno specchio, riconosciamo che i discepoli siamo noi, con le nostre incredulità e resistenze, che fanno a pugni contro le evidenze del Bene. Pur avendo imparato, infatti, a descrivere con precisione scientifica i fenomeni del mondo, ci sentiamo sovente smarriti a rendere ragione del significato della vita. Tristi a pensare che le risposte alle domande semplici del nostro alzarci al mattino (chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?) si riducano a calcoli probabilistici e casualità. Non siamo soddisfatti a credere che la vita, con i suoi slanci e le sue promesse, trovi una spiegazione ultima e banale in ciò che si misura e si pesa, si calcola o si vende. Umiliati a sentirci dire spesso che "siamo ciò che mangiamo": come se i cari a cui abbiamo voluto bene (una fidanzata, un figlio o una mamma) si riducessero ad essere stati dopo una vita insieme solo due carote comprate al mercato.

L'episodio dona pace perché ci mostra che Gesù risorto capisce questo nostro stato d'animo: la nostra poca fede, la nostra rabbia a far quadrare scienza e vita, e la nostra conseguente timidezza nell'impegno in questo mondo. E con pazienza si mette accanto a noi, cammina con noi e si prende cura di noi. Salito al Cielo, Egli non se n'è andato: ha inaugurato piuttosto una nuova presenza nel mondo. Proprio quel mondo al quale dopo ogni S. Messa ci rimanda, precedendoci, per condividere speranza e gioia con tutti.

L'episodio porta dunque con sé un invito. Gesù risorto ci sprona a collaborare come discepoli alla sua missione, imparando a riconoscerlo accanto a noi nello spezzare il pane: quello dell'eucaristia e quello della fatica. Ce ne ha insegnato il modo: comunione frequente, confessione frequente, amicizia leale, servizio nella carità, impegno sociale, operosità nel lavoro. Con il dono dello Spirito a Pentecoste ce ne ha donato la forza.

Auguriamoci, dunque, Buona Pasqua! E poi al lavoro, con passione, perché questo mondo, che è ben più di ciò che si vede e si misura, con la grazia del Signore e il contributo di ciascuno al bene comune, prenda la forma e la bellezza di ciò che ammiriamo in Cielo.

don Fabrizio Ferrero
Parroco a S. Edoardo Re