La prima enciclica di Benedetto XVI

Dio ci insegna l'amore, perché è stato lui il primo ad amare. Un amore senza riserve, che inizia con la creazione dell'uomo al quale ha dato una compagna da amare, in unità di corpo ed anima. Un amore che arriva alla donazione del figlio che si fa uomo e muore «per rialzare l'uomo e salvarlo». Amore, questo, «nella sua forma più radicale». È entro queste coordinate che si dipana il filo del ragionamento di Deus caritas est, la prima enciclica di Benedetto XVI.

 Divisa chiaramente in due parti, la prima «speculativa» e la seconda di «carattere più concreto», l'Enciclica parte con l'affrontare il significato proprio del termine "amore", dove il modello dell'amore tra uomo e donna «emerge come archetipo di amore per eccellenza». Ma dall'eros dei greci, che la Chiesa è accusata di aver «distrutto», il concetto sviluppato dall'Antico e soprattutto dal Nuovo Testamento è quello di agape: che supera la riduzione a «puro sesso» dell'amore in quanto nel momento in cui l'eros «diventa merce, una semplice "cosa", che si può comprare e vendere, l'uomo stesso diventa merce».
Agape, al contrario, esprime l'amore oblativo «che lascia l'egoismo per la ricerca del bene dell'amato». Che ha in sé anche «il senso dell'esclusività» e il senso del «per sempre», che si realizzano nel matrimonio. «In realtà eros e agape, amore discendente e amore ascendente, non si lasciano mai separare completamente l'uno dall'altro». E «la fede biblica... non costituisce un mondo parallelo o contrapposto... ma accetta tutto l'uomo intervenendo nella sua ricerca di amore per purificarla, dischiudendogli al contempo nuove dimensioni».
Fin dall'inizio nel cristianesimo si è detto «inscindibile» l'amore per Dio e quello per il prossimo. Da qui nasce il «servizio della carità» che, con l'annuncio della Parola e la liturgia, fa parte del triplice compito nel quale la Chiesa esprime la sua «intima natura».
L'attività caritativa è stata oggetto della critica del marxismo, che in ciò si è manifestato come «una filosofia disumana», perché i poveri non dovrebbero aver bisogno di carità, ma di quella giustizia che li escluderebbe dal bisogno. Ma «l'affermazione secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di carità di fatto nasconde una concezione materialistica dell'uomo: il pregiudizio secondo cui l'uomo vivrebbe "di solo pane"». Ciò non esclude «il necessario impegno per la giustizia». E se «il giusto ordine della società e dello Stato è compito generale della politica», e se la Chiesa «non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile», essa tuttavia «non può e non deve restare ai margini nella lotta per la giustizia».
Così allora «l'essenza della carità cristiana ed ecclesiale» è non solo in un intervento «abile» e «pronto», ma qualcosa che, come ci insegna l'esempio di Madre Teresa e di tanti altri santi, richiede «le attenzioni suggerite dal cuore». Per questo la carità cristiana «deve essere indipendente da partiti ed ideologie», né deve essere «un mezzo di proselitismo», in quanto «l'amore è gratuito, non viene esercitato per altri scopi. Ma questo non significa che l'azione caritativa debba lasciare Dio e Cristo da parte».

 

AV

 

 

 

 

 
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