La comunità della parrocchia Ss. Trinità e l’En.Gi.M di Nichelino ricordano quest’anno il 30° della morte di Gigi Zappulla. Animatore dei gruppi giovanili parrocchiali, allievo della scuola professionale e appassionato musicista, Gigi è stato anche l’autore di quella “Canzone per un amico” che è l’inno del movimento dei Ragazzi in Cielo, sorto intorno alla Croce di Valle Stretta. Morto si cancro a 17 anni, la sua storia è narrata nel libro “Due aquile in volo”. Pubblichiamo uno dei capitoli più significativi: quello che ripercorre l’ultimo giorno della vita di Gigi.
***
Per Gigi le ultime ventiquattro ore di vita furono molto simili a quelle di Gesù verso il Calvario.
L'Ultima Cena? C'è tutta: l'Eucarestia ricevuta nel pomeriggio della domenica 19 dicembre: in quell'occasione aveva ripetuto alla mamma in lacrime: «Quanto mi spiace, mamma, perché ti cagionerò il Natale più triste della tua vita. Mamma, coraggio. Non piangere perché mi fai soffrire di più».
La solitudine del Getsemani? Una respirazione straziante perché polmoni e bronchi erano completamente saturi dal tumore. E nessuno lo poteva aiutare, nemmeno più l'ossigeno.
Il Sinedrio, il Litostrato di Pilato? I momenti di paura prima della notte; la paura dell'intera settimana prima dell'ultimo giorno.
La salita del Golgota? «Questa notte non finisce più: dov'è la luce? Ho bisogno della luce», tra uno spasimo e l'altro con una voce tenue come un soffio, lo sguardo al soffitto, il nostro Gigi si lamenta e invoca. Un lamento senza risposta. La luce elettrica nella camera resta accesa...
Eloim, Eloim? E’ proprio il Cristo in croce questo santo ragazzo che invoca. E’ il Signore Gesù che sta parafrasando il profeta Isaia che descrive la morte del Giusto. È Cristo che si lamenta con la madre ai piedi della Croce. E’ Gigi Zappulla con accanto la mamma sorretta da qualche amico.
Un Gigi che geme e teme per la sua mamma: «Mi sa che vivrai un brutto Natale, mamma!».
Torniamo indietro di una buona settimana. Lunedì 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, Gigi mi telefona alle 21: «Per favore don, vieni da me». Parto subito.
Sono da lui in un batter d'occhio e lo trovo seduto sul letto, appoggiato ad una pila di cuscini con le gambe divaricate a penzoloni, in un pigiama color azzurro. Negli ultimi tempi mamma Rita lo sistemava in quella foggia perché la respirazione, da coricato, era diventata assolutamente precaria e l'ossigeno non faceva più breccia all'ingombro creato dalle metastasi che avevano invaso polmoni e bronchi.
Qualche giorno prima Angela, la sorellina tredicenne, affinché mi fosse più agevole parlargli, visto che il malato doveva stare seduto, a traverso del letto e a gambe larghe, e pure con la testa orientata verso il basso, mi propose di accucciarmi sotto il letto... su un materassino da mare!
La proposta provocò una risata monca, ma l'idea si rivelò vincente. La provai per un momento, ma poi la sperimentai proprio quella sera quando il ragazzo mi disse che aveva bisogno di fare un lungo discorso. Un discorso che incominciò così: «Don... ho paura! Ho proprio tanta paura. Sai, non vorrei fosse opera del diavolo, ma in queste ore mi pare di vederlo. L'ho anche sognato. Ho quasi sentito la sua voce che mi diceva: ‘ribellati, perché tutto ciò che ti ha insegnato la Chiesa è un'impostura...’ Sono terrorizzato da questa idea. Guai se dopo... ci sarà nulla! Dimmi qualcosa perché possa vincere questa paura».
Povero Gigi: è proprio della prassi del maligno tormentare le anime sante nei momenti dell'incontro con Dio. Era proprio lui, il "Mentitore che mente a se stesso", che lo tormentava.
Nacque così il discorso: io su quel materasso e lui sul suo trono di dolore!
Un discorso sulla "vita che la morte trasforma, ma non annienta". Un discorrere che continuerà quasi tutte le sere di quella sua ultima settimana.
A Gigi qualche settimana prima avevo regalato i Pensieri di Blaise Pascal e per tranquillizzarlo andai a rileggergli una frase magistrale del grande matematico e filosofo: «L'immortalità dell'anima è per noi uomini una cosa di tale importanza e che ci tocca profondamente. Bisogna aver perso completamente il bene dell'intelletto per essere indifferenti circa il sapere come stiano le cose. Il nostro primo dovere è quello di illuminarci su questo tema!».
Iniziammo così una meditazione riassuntiva sulla realtà ed eternità di Dio, sulla storicità e sull'azione di Gesù Cristo che ha espiato i nostri peccati per poter recuperare tutti gli uomini che sollevano lo sguardo verso la croce. E poi l'azione rassicurante dello Spirito Santo e la vita e l'esperienza dei Santi, ivi compreso quella del suo amico Gianfranco Ligustri, la cui presenza stava impregnando tutta la comunità dei giovani.
Dalla sera di Santa Lucia quel discorrere continuò fino alla domenica 19 dicembre, quando tornai a celebrare la Messa con lui solo!
Da quel momento in Gigi ritornò la serenità e la luce negli occhi tornò a brillare come nei momenti migliori. Per lui tutto ormai era scontato ed ora attendeva Colui che viene. Era ormai in speculo aeternitatis, che vuol dire che si stava specchiando nell'eternità beata.
Era così chiaro che il suo sguardo si sprofondava nello specchio dell'eternità, se il pomeriggio dell'ultima sera chiamò a sé la sua Silvia per dirle, con un sorriso pieno di vita: «Silvia, ti chiedo ancora un favore: va in qualche negozio in città e comprami una rosa bianca, che la vorrei tenere con me...».
La ragazza partì con suo padre alla ricerca della rosa: era il lunedì 20 dicembre. Girò tutti i negozi che trovò aperti fin nel centro della metropoli. Era triste Silvia, perché alle 19, quando i negozi nel freddo gelido di quella sera chiudevano i battenti, non aveva trovato rosa alcuna.
Fu alle 19,30, nella Galleria San Federico presso Piazza San Carlo, la più bella piazza di Torino, che scoprì in una vetrina quattro rose bianche; il padre gliele comprò tutte quante.
Silvia arrivò a casa alle 21, giusto in tempo per far sorridere amorevolmente il suo ragazzo che spirerà quella notte stessa alle 2,30.
Oggi di quelle quattro rose c'è ancora traccia: sono tutte certamente secche e appassite; una è adagiata nella bara, l'altra la possiede la mamma, Rita, la terza Silvia e la quarta ce l'ha il sottoscritto, che la custodisce in un piccolo scrigno di legno di ciliegio.
don Paolo Gariglio




