Notizie e testimonianze dalla Comunità di Accoglienza Tossicodipendenti Nikodemo
IL RUOLO DEGLI EDUCATORI ALL’INTERNO DELLA COMUNITA’
Cosa avviene all’interno di una comunità? Cosa fanno gli utenti tutto il giorno? E gli operatori, chi sono e cosa fanno? Spesso le comunità per il recupero dei tossicodipendenti sono una realtà oscura agli occhi dei cittadini, o per lo meno percepita come una fortezza inespugnabile, la cui dimensione esteriore, chiara ai più, occulta ciò che di fatto vi si trova all’interno. Questo disinteresse è stato spesso causa del proliferare di false credenze o idee scorrette sull’ambiente riabilitativo, rendendo necessaria una maggiore diffusione di conoscenze rispetto la cultura terapeutica e ai profili professionali che sostengono l’intero meccanismo. Tuttavia, chiarire l’esatto funzionamento di queste strutture è assai complesso, se non altro per la multidimensionalità degli approcci, e la delicatezza implicita delle problematiche affrontate.
E’ necessario pensare alle comunità terapeutiche non soltanto come spazi fisici, ma piuttosto come contenitori emotivi in cui l’utenza possa sperimentare se stessa. Proprio perché il soggetto rappresenta il cuore di una struttura che gli si costruisce attorno, viene redatto un progetto terapeutico individualizzato sulla base delle problematiche specifiche, delle risorse e delle attitudini individuali o sociali. Gli interventi sono diretti a ri-orientare gli individui verso atteggiamenti più funzionali e comportamenti prosociali, oltre a sostenere una crescita emotiva che sarà essenziale alla prevenzione di una possibile ricaduta. L’obiettivo è quello di dotare i soggetti di una “corazza” cognitiva e comportamentale, in grado di sostenerli durante i periodi di frustrazione (professionale o emotiva) evitando così l’utilizzo coatto di sostanze stupefacenti.
CONDIVIDERE LA QUOTIDIANITA’
Per sostenere questo progetto, le comunità si avvalgono, oltre alle figure dirigenziali ed amministrative, di una serie di professionisti del disagio come ad esempio psicologi, psicoterapeuti, medici, psichiatri, infermieri, assistenti sociali, sociologi etc. a seconda dell’orientamento e della tipologia degli utenti accolti. Ma avendo come obiettivo primario la riabilitazione ed il reinserimento sociale, attraverso il contenimento e la ristrutturazione della persona, il cardine di ogni comunità è rappresentato da un’equipe di educatori professionali. Per questo motivo, oltre agli spazi dedicati a terapie individuali o di gruppo - in cui si opera sulle relazioni con la propria famiglia (nuova o di origine), sulla consapevolezza dei propri vissuti emotivi e dei propri impulsi, sulla propria tossicodipendenza - il resto della giornata viene gestita dagli operatori che assumono perciò un ruolo psico-educativo, condividendo la quotidianità con gli utenti. Gli ospiti vengono attivamente coinvolti nella gestione della comunità attraverso la suddivisione delle mansioni (cucinare, fare le pulizie, suddivisione negli ambienti di lavoro interni alla comunità, uscite per commissioni, organizzazione della giornata etc.) e la supervisione delle stesse.
Il contatto stretto tra utenti e operatori, la collaborazione lavorativa e la condivisione delle attività ricreative, ma anche degli stati emotivi e delle esperienze passate, sono i cardini del processo riabilitativo, dato che il gruppo rappresenta lo strumento per eccellenza per una crescita individuale e per un recupero equilibrato. Il senso di comunità e la condivisione fisico-emozionale, favoriscono il cambiamento comportamentale mentre l’accettazione ed il riconoscimento della specificità e della sofferenza individuale rappresentano il punto di partenza da cui poter intraprendere un percorso evolutivo. Ogni attività svolta all’interno della comunità viene condivisa, negoziata e motivata all’interno dello staff e con gli utenti, e ad ogni atteggiamento, stato emotivo o comportamento osservato viene conferita una nuova consapevolezza, affinché possa emergere un maggior controllo delle proprie possibilità capace di trasformare l’individuo da soggetto agito, a soggetto agente.
“FARE CON”
La funzione psico-educativa dell’educatore si fonda dunque primariamente sul “fare con” e non sul “fare per”, fornendo un’esperienza conoscitiva e stabilendo una relazione autentica e sincera in cui le aspettative di cambiamento si fondino su un cammino comune, naturale ed ecologico.
Oltre a predisporre le opportunità per una messa in gioco degli utenti nelle varie attività comunitarie, l’educatore ha anche il compito di trasmettere e far comprendere l’esistenza e l’utilità delle regole (rispetto degli spazi, dei tempi etc.) sia per una migliore convivenza all’interno della comunità, sia per un graduale adattamento alle necessarie frustrazioni presenti nella vita.
Nondimeno è necessario comprendere che regola (da régere, cioè guidare, da cui misura, modo) non vuol dire legge (da ligàre, cioè obbligo, legare assieme). La regola ammette l’esistenza di una condizione paritaria tra soggetti attivi nella costruzione delle norme, incoraggiando in questo modo quella compartecipazione necessaria senza cui, qualsiasi precetto, è destinato ad essere disatteso.
Gli addetti ai lavori devono dunque necessariamente acquisire alcune capacità fondamentali come l’osservazione, l’ascolto e la rielaborazione delle dinamiche di gruppo, oltre ad acquisire il bagaglio di conoscenze della singola comunità e delle problematiche connesse alla tossicodipendenza più in generale.
Questo complesso meccanismo di intersezione tra operatori ed utenti, e il carattere collettivo della professionalità come strumento fondamentale, rendono il lavoro degli educatori fortemente coinvolgente e dunque anche a forte rischio di stress, contrastati in parte dalle periodiche riunioni di equipe, in cui ogni operatore può esprimere le proprie idee e condividere con i colleghi la responsabilità delle scelte e dei progetti, ma anche luoghi privilegiati in cui esternare i propri stati emotivi e i propri vissuti. Questo strumento di verifica è gestito da un supervisore (solitamente) esterno al gruppo che potrà, in modo imparziale, aiutare nella comprensione di dinamiche sommerse, oltre a poter fornire un punto di vista innovativo da utilizzare per una crescita personale e professionale.
Il gruppo è infatti un organismo vivo e attivo, capace di rinnovarsi, mutare, secondo i contesti terapeutici e gli obbiettivi prefissi. In questo senso il lavoro svolto dagli educatori professionali, per quanto rappresenti appunto una professione specifica, fornisce il prototipo di quella che dovrebbe essere la normale relazione sociale tra soggetti, gettando così le basi non soltanto di un nuovo modo di concepire l’approccio terapeutico, ma una diversa rappresentazione del più ampio corpo sociale come luogo del co-esistere.
Hannah Walter
STRADA FACENDO
“RICOSTRUIRE IL MIO DOMANI”
“Sono una persona di circa 40 anni, vivo in una città del nord dove risiedo e vorrei raccontarvi la mia storia. Provengo da una buona famiglia composta da tre fratelli, una sorella, mamma e papà, io sono il terzogenito e mio malgrado ho un trascorso di tossicodipendenza.
Ho iniziato nel lontano 1989, subito finito il servizio militare, ad usare sostanze stupefacenti, in particolare l’eroina e la cocaina, tutto questo legato ad un disagio familiare protratto nel tempo. Entrando nello specifico, durante la mia adolescenza il dialogo con i miei genitori e fratelli divenne sempre meno frequente fino al più totale silenzio. La poca comunicazione comportò in me forte rabbia e delusione nei loro confronti, spingendomi a commettere svariate scelte sbagliate e ad essere molto trasgressivo. La mia adolescenza è dunque rimasta segnata da vari episodi significativi come ad esempio i litigi in casa, vari scontri fisici, svariate irruzioni della polizia e il ricovero di mia madre in clinica psichiatrica, oltre al mio comportamento indisciplinato che ha determinato un difficile rapporto tra me e loro. Il mio uso di sostanze ha contribuito ad un ulteriore allontanamento, non solo dai miei cari, ma ha anche avuto ripercussioni sulla mia vita sociale lasciandomi senza affetti.
Ricordo la mia prima volta quando uscito di casa incontrai i miei amici ed insieme decidemmo di “sballare”, le canne non soddisfacevano più e in breve ci trovammo con eroina e siringhe tra le mani, questo diventò la quotidianità, sempre più spesso ogni occasione era buona per riproporre il rito del buco. Nel giro di poco tempo divenne un’esigenza fisica tale da indurmi a drogarmi diverse volte al giorno e più. Il primo ed essenziale interesse era di trovare i soldi, che non bastavano mai, tanto che non ricordo amicizie vere se non per esclusivo interesse, anche se apparentemente ho sempre cercato di condurre una vita normale, lavoro, amici, fidanzata, ecc, ecc.
La continua ricerca di soldi mi ha portato, mio malgrado, a macchiarmi di svariati reati, come furti, e rapine, ritrovandomi ad aver diversi problemi legali. Durante la permanenza in carcere ho maturato per la prima volta la scelta di smettere.
Appena mi è stato possibile, sono entrato in una comunità, dove sono riuscito per diverso tempo a non usare più sostanze stupefacenti ma tornato in famiglia la situazione non era cambiata e i problemi irrisolti riaffioravano portandomi nuovamente a far uso di droghe e successivamente determinando un circolo vizioso tra carcere, comunità e piazza.
Ho trascorso diverso tempo per strada e questo mi ha “incattivito” al punto che oggi ho molte difficoltà a stare in mezzo alla gente e tendo a stare da solo cercando di ridurre al minimo l’interazione con gli altri.
La vita sregolata e l’uso di sostanze, purtroppo mi hanno portato anche problemi di salute, più precisamente l’epatite C e l‘HIV, determinando in me la volontà di voler smettere definitivamente e di curarmi.
Oggi mi trovo nuovamente in comunità con più determinazione, e sto cercando d’affrontare i problemi quotidiani, di riconsiderare tutto il mio passato e trarne una maggior consapevolezza e sicurezza su cui far affidamento per un domani fuori, tutto questo per ricrearmi una nuova realtà e riconciliarmi con la mia famiglia”.
Markto69
“CERCAVO UNA VITA MIGLIORE”
Sono un ragazzo del nord Africa e vivo da circa sei mesi all’interno della comunità Nikodemo, le mie difficoltà sono iniziate quando ho deciso di lasciare la mia terra in cerca di una vita migliore e di un futuro. Mi avevano raccontato che in Europa la vita era più bella, che si trovava facilmente lavoro e che fosse possibile continuare a studiare. Con queste motivazioni e con la testa piena di speranze e di curiosità, un giorno ho preso la decisione e sono partito, senza valigia, senza documenti, ma pieno di sogni. Il viaggio è stato lungo 4 giorni ed ho rischiato la vita perché pur di andarmene sono entrato in Francia nascosto sotto un camion e poi su una nave.
Appena arrivato alla mia prima destinazione (Marsiglia) ero spaesato, non sapevo dove andare e da dove iniziare, fortunatamente alcune persone mi hanno aiutato e ospitato per alcuni giorni, ma ero curioso di vedere l’Italia, quindi ho presto ripreso il mio viaggio. La destinazione era Catanzaro, dove avevo alcuni parenti che mi avrebbero accolto. La mia voglia di scoprire altre città era però talmente forte da farmi ripartire dopo appena cinque mesi. Ho girato diverse città italiane e alla fine ho incontrato degli amici d’infanzia a Torino dove ho deciso di rimanere.
La mia condizione di clandestino, senza documenti e per di giunta minorenne non mi permetteva di trovare un lavoro per mantenermi, quindi mi sono dovuto scontrare con la realtà. Finiti i pochi soldi che mi avevano dato i miei parenti, ho dovuto trovare un modo per continuare a vivere, così un giorno i miei amici mi hanno portato con loro a spacciare la droga. Con il passare del tempo, sono entrato nella rete locale dello spaccio, tutto mi sembrava normale, mi sentivo protetto. Ho iniziato a ricercare quel divertimento a cui tanto aspiravo nel mio paese, ma poco dopo i soldi facili e le serate in discoteca non bastavano più e per divertirmi ho iniziato a usare sostanze stupefacenti, prima solo hashish, poi anche ecstasy e alla fine cocaina. Dal momento che avevo sempre a disposizione varie sostanze, ho iniziato ad usarle quotidianamente addentrandomi sempre di più nel circolo vizioso della droga.
Pochi anni dopo ho conosciuto mia moglie e per un periodo sono riuscito a rifarmi una vita senza sostanze, non ne facevo uso e non la vendevo, ero pulito. Ho trovato un lavoro e per un anno la vita di prima sembrava scomparsa nel nulla. Ma il sogno è durato poco perché quando ho perso il lavoro il mondo mi è ricaduto addosso, non c’erano alternative, per mantenerci ho dovuto nuovamente fare riferimento al circuito dello spaccio e dopo appena un paio di mesi sono stato arrestato per la prima volta. La vita a quel punto aveva preso una piega differente ed ho iniziato un percorso tra alti e bassi sempre sul confine della legalità.
Da quando ho intrapreso il mio viaggio sono passati 12 anni e ripensando al passato ho molti rimpianti e altrettanti sogni infranti, certamente non è questo quello che mi aspettavo il giorno in cui ho deciso di andarmene dalla mia patria e dalla mia famiglia. L’unico spiraglio di luce che mi ha sempre riportato alla realtà è mia moglie forse l’unica cosa bella che mi è accaduta in questi anni. Proprio per lei ho intrapreso il percorso di comunità e proprio per lei vorrei farlo nel modo giusto, sono stanco di scappare, sono stanco di metterci in pericolo. Questo percorso terapeutico mi ha dato nuova speranza e mi ha permesso di riflettere su come vorrei che fosse la mia vita e su ciò che vorrei fare nel futuro.
N.Y.







