Il problema dell'articolo 18, quello che nello Statuto dei Lavoratori protegge dai facili licenziamenti, suscita polemiche e malumori, fra politici, imprenditori e sindacato.
Anni addietro, quando il mercato tirava e non solo quello metalmeccanico, si poteva anche scendere in piazza e manifestare il proprio dissenso su un articolo praticamente intoccabile. A Roma con Cofferati leader CGIL c'ero anch'io. Da allora molte cose sono cambiate: il mercato, la crisi, un'Italia affondata nei debiti da una politica corrotta e inefficiente che regalava sogni agli sprovveduti cittadini. L'alta finanza cominciava a fare i conti e le imprese perdevano credito non avendo possibilità di licenziare. Grazie al monumentale articolo 18, ecco venir fuori la cassa integrazione come rimedio estremo alla mancanza di lavoro.
Ma qual è la verità? I miei 35 anni di lavoro, mi hanno convinto che se oggi siamo a questo punto la colpa è in buona parte degli stessi operai. Checché se ne dica hanno abusato di questa copertura così protettiva da impedire all'imprenditore qualsiasi mossa. Il sindacato, forte dei suoi iscritti decideva il bello e il cattivo tempo in fabbrica. Oggi non c'è la marcia dei quarantamila a contrastare gli operai, in campo sono scesi gli industriali a rivendicare i propri diritti di esistere come imprese che danno lavoro a chi effettivamente lavora. Qualcosa sta cambiando nella mentalità della gente e degli stessi operai. Assenteisti cronici, delegati e sindacalisti per le aziende sono un onere insostenibile che non ha ragione di essere. La mia è una minuscola voce, ma chi ha lavorato effettivamente in fabbrica o altrove lo sa ed anche i sindacati lo sanno. E' ora di tornare agli anni in cui il lavoro era una fonte di ricchezza; per fare questo occorre uno sforzo da parte di tutti senza puntare i piedi là dove ci sono solo sabbie mobili.
Nino Pesce




