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La Sindone e la Scienza

Sindone e scienza

La Sindone di Torino resta “una provocazione all’intelligenza”, aveva detto qualche anno fa Giovanni Paolo II. La provocazione continua e per la scienza si aprono sempre nuovi interrogativi.

Lontano dai riflettori e dai colpi ad effetto che talvolta accompagnano le ostensioni, sono stati pubblicati qualche mese fa i risultati di una ricerca condotta dall’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie e l’energia. Cinque anni di esperimenti nei laboratori del Centro di Frascati sul tema “colorazione simil-sindonica di tessuti di lino tramite radiazione nel lontano ultravioletto”. Con l’ausilio dei più evoluti strumenti di indagine scientifica oggi a disposizione si è cercato di “individuare i processi fisici e chimici in grado di generare una colorazione simile a quella dell’immagine sindonica”. In pratica i ricercatori hanno tentato di dare una risposta alla più misteriosa ed intrigante delle domande che da sempre accompagnano la Sindone.

Come si è formata quell’immagine?

 

NON E’ UN FALSO MEDIEVALE

Il più recente e completo esame interdisciplinare del “lenzuolo di Torino” risale al 1978, a cura del qualificatissimo gruppo di scienziati americani dello STURP (Shroud of Turin Reasearch Project), un lavoro che in questi decenni è stato il punto di partenza per ricerche a via a via più approfondite e specialistiche. Dalla scienza un dato è ormai acquisito. La Sindone non è opera di un abile falsario medievale. L’ipotesi, tanto cara a certa letteratura fantasy, non regge all’evidenza scientifica. Tornata brevemente in auge all’epoca del controverso esame del Carbonio 14, la tesi non sta in piedi. Pura fantasia è disquisire se l’opera sia da attribuire al genio di Leonardo o al più oscuro dei pittori. Ed anche l’attendibilità dell’esame al C14, che prospettò la datazione medievale, è ormai debolissima a causa delle possibilità di contaminazione dei frammenti di tessuto esaminati, ma soprattutto per gli errori calcolo ripetutamente prospettati e mai smentiti dai laboratori che effettuarono le misurazioni. Non depone certo a favore il fatto che questi laboratori si siano sempre rifiutati di mettere a disposizione della comunità scientifica i dati originari.

Vani i tentativi di realizzare artificialmente qualcosa di simile alla Sindone, osserva il recente rapporto dell’Enea: “La doppia immagine (frontale e dorsale) di un uomo flagellato e crocifisso, visibile a malapena sul lenzuolo di lino della Sindone di Torino presenta numerose caratteristiche fisiche e chimiche talmente peculiari che rendono ad oggi impossibile ottenere in laboratorio una colorazione identica in tutte le sue sfaccettature”.

L’odierna tecnologia non è in grado di replicare questo tipo di immagine. Inoltre, anche utilizzando i più sofisticati strumenti di analisi a disposizione (spettroscopia infrarossa, fluorescenza a raggi X, termografia, spettrometria di massa, fotografia in trasmissione, microscopia ecc.) non è possibile rilevare sul lenzuolo tracce di disegni, vernici o coloranti.

Dunque com’è ancora possibile sostenere l’ipotesi del dipinto?

 

COME SI E’ FORMATA QUELL’IMMAGINE?  

L’immagine è stata originata da un processo sconosciuto di trasformazione della struttura del tessuto. Si tratta di un’impronta sottilissima, di 200 nm, ossia di 200 miliardesimi di metro, non rinvenibile in alcuna tecnica pittorica antica. Altre certezze sono la presenza di macchie di sangue umano e sorprendenti informazioni tridimensionali sul corpo che fu avvolto in quel lenzuolo.

Come è avvenuto il contatto tra tessuto e cadavere? Gli scienziati discutono intorno a due modalità, se cioè il lenzuolo sia stato posato o invece stretto, ad esempio con delle legature: “La prima modalità - scrivono i ricercatori dell’Enea - è avvalorata dal fatto che esiste una precisa relazione tra l’intensità (sfumatura) dell’immagine e la distanza fra corpo e telo. Inoltre, l’immagine è presente anche nelle zone del corpo non a contatto con il telo, ad esempio immediatamente sopra e sotto le mani, e intorno la punta del naso. La seconda modalità è meno probabile perché sono assenti le deformazioni geometriche tipiche di un corpo a tre dimensioni riportato a contatto su un lenzuolo a due dimensioni. Inoltre, manca l’impronta dei fianchi del corpo. Di conseguenza, possiamo dedurre che l’immagine non si è formata dal contatto del lino con il corpo”.

Nella macchie di sangue non ci sono sbavature e segni di trascinamento e questo, da un punto di vista medico-legale, significa che il corpo, nelle ore immediatamente successive alla morte, non fu spostato da quel lenzuolo. Se proprio la Sindone di Torino fosse il lenzuolo che avvolse Gesù morto all’interno del sepolcro di Gerusalemme cadrebbe così la “versione ufficiale” circa la sparizione del cadavere: “i suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno portato via”. Del resto storicamente parlando, rispetto alla vicenda della resurrezione, rimane questa l’unica plausibile alternativa che, non a caso, gli autori dei Vangeli si preoccuparono di contestare: i soldati incaricati della guardia, dietro lauto compenso e per evitare grane con il governatore, misero in giro questa diceria che è giunta fino a noi, si legge infatti nel vangelo di Matteo.

 

UN’IPOTESI CHE LA SCIENZA NON SCARTA

Duemila anni fa il rabbi venuto dalla Galilea fu condannato a morte, morì e fu sepolto (e la Storia dice che ciò accadde). Sul fatto che quel cadavere di lì a poco sparì non ci furono dubbi; il resto, certo, appartiene alle supposizioni o alla fede, ma, per tornare alla Sindone di Torino, un altro particolare interessante è che sotto le macchie di sangue questa sottilissima traccia di lineamenti umani non c’è e questo significa che le macchie si sono formate prima dell’immagine. A dire il vero gli scienziati dell’Enea si spingono anche più in là: “Mancano segni di putrefazione in corrispondenza degli orifizi, che si manifestano dopo circa 40 ore dalla morte. Di conseguenza, l’immagine non dipende dai gas di putrefazione e il cadavere non rimase nel lenzuolo per più due giorni”.

C’è un ipotesi, certamente la più suggestiva e sconvolgente, sulla formazione dell’immagine sindonica. Presa con le molle dagli specialisti, questa tesi però ogni tanto si riaffaccia e prende quota. L’immagine della Sindone cioè potrebbe essere stata generata da una fonte di energia elettromagnetica, ad esempio un lampo di luce a cortissima lunghezza d’onda. Un segno, un’impronta lasciata nella materia, nell’istante in cui quel corpo inspiegabilmente abbandonò l’irrimediabile immobilità della morte uscendo da quel lenzuolo. Un processo fisico/chimico/fotografico che potrebbe spiegare alcune delle peculiarità dell’immagine.

I primi esperimenti di riprodurre il fenomeno attraverso l’utilizzo di laser non hanno portato a risultati significativi. Ma il recente studio dell’Enea riapre uno spiraglio in questo senso: “un brevissimo e intenso lampo di radiazione VUV direzionale può colorare un tessuto di lino in modo da riprodurre molte delle peculiari caratteristiche della immagine corporea della Sindone di Torino, incluse la tonalità del colore, la colorazione superficiale delle fibrille più esterne della trama del lino, e l’assenza di fluorescenza”.

Questo potrà essere mai essere dimostrato?

Affermano gli scienziati dell’Enea: “La potenza totale della radiazione VUV richiesta per colorare istantaneamente la superficie di un lino corrispondente ad un corpo umano di statura media, pari a IT superficie corporea = 2000 MW/cm2  17000 cm2 = 34mila miliardi di watt rende oggi impraticabile la riproduzione dell’intera immagine sindonica usando un singolo laser eccimero, poiché questa potenza non può essere prodotta da nessuna sorgente di luce VUV costruita fino ad oggi, le più potenti reperibili sul mercato arrivano ad alcuni miliardi di watt”.

Oggi non è possibile, domani chissà. La sfida della Sindone continua.

Ultimo aggiornamento Martedì 12 Giugno 2012 00:37

 

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