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Back Approfondimenti Approfondimenti Inchieste 1940 - 1946, l'incredibile odissea di 13.000 bambini

1940 - 1946, l'incredibile odissea di 13.000 bambini

bambini libia

“Voglio che questa storia dimenticata si sappia. Voglio che si conosca la storia di tutti quei bambini, che si sappia di noi”. Più chiara di così Jole Mezzavilla non poteva essere: lucida e determinata come solo può esserlo chi ha vissuto un'esperienza drammatica, forte e lacerante insieme. Un'esperienza che coinvolse ben 13.000 bambini, avete letto bene, tredicimila bambini italiani provenienti dalla “quarta sponda”, quella Libia allora colonia portante dell'effimero e scadente impero fascista.

Una storia incredibile, rimasta nell'oblio per oltre settant'anni: un pezzo d'Italia, anzi una generazione d'italiani dimenticati, uno dei tanti “danni di guerra” che nessun denaro potrà risarcire, ma almeno la memoria può aiutare i protagonisti a ritrovare una dignità negata.

Apparentemente la storia è molto semplice: il regime fascista, su iniziativa di Italo Balbo, governatore della Libia, decide di “omaggiare” di una vacanza al mare i figli dei coloni italiani di Tripolitania e Cirenaica. Tutti in patria, quindi, i bambini dai 4 ai 12 anni, a spese del regime, nelle colonie estive sul Mare Adriatico. Jole Mezzavilla era una di loro. Ed è una di noi, di Nichelino. Sulla sua esperienza in Africa qualche anno fa ha già scritto un bellissimo libro “Dalla buona terra alla sabbia d'Africa” (ExCogita Editore) nel quale ha parlato anche di questa vacanza forzata in Italia. A lei ed a tutti gli altri toccò star lontano dalle proprie famiglie per quasi sei anni. Jole, con tre sorelle ed un fratello poté riabbracciare sua mamma Carolina solo nel gennaio del 1946. Non il papà: tre mesi dopo la loro partenza Beniamino Mezzavilla si ammalò e morì all'ospedale di Tripoli, a 100 chilometri dal Villaggio Corradini, dove vivevano. Le 4 ragazze ed il fratello Giovanni seppero del decesso due anni dopo. In totale la famiglia Mezzavilla era composta da 13 persone: 11 tra sorelle e fratelli. Il più giovane dei maschi non conobbe mai il papà: nacque infatti poco tempo dopo la sua scomparsa.

BREVE CRONOLOGIA
Nei primi giorni di giugno, mentre le truppe naziste si accingono a travolgere militarmente la Francia, sei grandi navi della Marina Militare Italiana lasciano Tripoli: a bordo 13.000 bambini, tutti figli di quei ventimila contadini che erano stati convinti qualche anno prima a colonizzare quel pezzo d'Africa. I bambini sono invitati a passare un mese di vacanza di sole e mare nelle colonie estive dell’Adriatico.

Il 10 giugno 1940 l'Italia entra in guerra e il Mediterraneo è di fatto controllato dalla marina inglese: altro che “Mare Nostrum”! E quel mare, diventato incredibilmente pericoloso per farci viaggiare così tanti bambini, si trasforma in un baratro invalicabile tra loro e i famigliari rimasti in Libia. Inizia così un odissea che, man mano che passa il tempo, assume i connotati della tragedia. La guerra arriva in Italia ed il paese è investito dai bombardamenti. I pochi contatti con i genitori s'interrompono definitivamente. Il crollo del regime e lo scoppio della guerra civile fanno il resto. I bambini vengono evacuati dalle colonie estive: qualcuno trova rifugio presso le famiglie d'origine (nonni, zii) altri vengono abbandonati a se stessi, alcuni sono ospitati in orfanotrofi . C'è poi chi scappa e tra i più grandi non manca chi si arruola tra i repubblichini o si aggrega alle formazioni partigiane. Di molti di loro non se ne saprà più nulla. Grazie all'intervento della Croce Rossa Internazionale e del Vaticano riusciranno poi a tornare in Libia alla fine del conflitto.

LA NOSTRA STORIA

Una storia, dicevamo, rimasta morta e sepolta tra le pieghe e le piaghe della storia. Quasi all'improvviso prima History Channel e poi RAI Tre (La Grande Storia) hanno trasmesso un documentario scritto e diretto da Alessandro Rossetto dal titolo inequivocabile : “Vacanze di Guerra”. E Jole Mezzavilla ha rivissuto la sua storia di bambina in vacanza: “Nel 1938 mio papà Beniamino era in Germania a lavorare ed ha saputo della possibilità di andare a trovare terra e lavoro in Libia in una sorta di emigrazione di massa. Siamo partiti e ci siamo trovati in mezzo al deserto. Alcuni mesi prima dello scoppio della guerra i nostri genitori vennero chiamati dai capi zona; comunicarono che tutti i bambini tra i 4 e 12 anni sarebbero stati portati in Italia in vacanza per 40 giorni”.

Non è chiaro se questa fosse una vacanza programmata dal regime o il tentativo di allontanare i bambini da uno dei fronti più caldi dell’imminente guerra. Sta di fatto che “ ... ai genitori fu detto chiaramente che chi si rifiutava di mandare i bambini si assumeva tutta la responsabilità”. A maggio iniziarono i preparativi. Le disposizioni erano tassative: uno zainetto con un solo cambio, grembiule bianco per le femmine e camicia azzurra per i maschi: “... i genitori poterono accompagnarci solo fino al villaggio; nostro padre ci abbracciò uno ad uno, non immaginava certo che non ci saremmo più rivisti!”.

Nonostante la stagione che volgeva all'estate, il mare era in burrasca : “Il 9 giugno 1940 partimmo dal porto di Tripoli. Arrivammo a Napoli sistemati sulla paglia e con il salvagente addosso: una volta in porto ricordo le voci degli altoparlanti che annunciavano che l'Italia era in guerra”.

Il viaggio proseguì poi in treno; divisi maschi e femmine, vennero ripartiti in 52 colonie estive in tutta Italia: “Il nostro gruppo di 300 venne portato al Lido degli Alberoni di Venezia. Con me c'erano le mie sorelle Rita, Maria e Flora, la più piccola. Dopo tre mesi fummo trasferite a Verona dove iniziammo la scuola. Diciamo che nel male quella fu l'unica cosa positiva. Tutte noi abbiamo potuto studiare fino al conseguimento della licenza elementare. Per quei tempi non era poco”. L'estate successiva la passarono a Marina di Massa (“alla Torre”). E poi di nuovo a Verona. Intanto la guerra aveva spaccato in due l'Italia e le condizioni di vita per quei bambini peggiorarono progressivamente. Razionamenti e tessere per il cibo riguardarono anche loro: “Ci trasferirono poi a Bordighera per tutto il 1943-44. Qui abbiamo patito la fame. Svenivo ogni mattina, per la fame. La gente ci urlava: tornate in Libia! Dicevano che toglievamo il cibo a loro. Una guerra tra poveri. C'erano bombardamenti aereo-navali e di notte ci portavano in collina con una coperta in testa fino al cessato allarme. Ci sembrava un gioco, a volte ci mettevamo con l'orecchio sulla terra per sentire il vibrare delle bombe che cadevano: eravamo bambine , non capivamo”.

Prossima tappa la Valtellina: “Dopo il trasferimento ci fu comunicato che chi aveva parenti in Alta Italia poteva chiedere di essere ospitato da loro: veniva anche corrisposto un piccolo sussidio. Noi avevamo nonna e zii in provincia di Treviso. Partimmo con una sorta di lasciapassare: un viaggio di tre giorni in una Italia devastata dalla guerra”. Questo “viaggio della speranza” meriterebbe un capitolo a sé: tre giorni di viaggio per quattro ragazzine praticamente sole tra combattimenti, strade e ferrovie interrotte: “... passammo il fiume Oglio in direzione Brescia su un ponte di barche in prova, sembrava che il treno affondasse da un momento all'altro, ricordo ancora il terrore e le urla ...”. Ma queste quattro impavide avevano con loro gli angeli custodi: “Nei momenti di difficoltà abbiamo sempre trovato aiuto da persone sconosciute che ci hanno dissetate, sfamate o aiutate”.

La fine della guerra arrivò mentre vivevano dalla nonna. Lì prima di loro era giunto il fratello Giovanni, scappato da Roma dopo il famoso bombardamento che sconquassò il Verano: “Quando giunse dalla nonna non lo riconobbero, sembrava un cadavere, non riusciva a parlare. Disse solo: ho fame. Dopo aver mangiato, dormì per più di 36 ore”.

LA CAMPANA DEL VILLAGGIO

Finita la guerra, la priorità era ritornare in Libia. Cosa sicuramente non facile, considerato che non avevano più notizie della loro famiglia da due anni e che, nel caos del dopoguerra, i collegamenti con quella che ormai era un’ex-colonia erano diretti dagli Alleati. “Mio fratello partì per primo promettendoci di chiamarci quando ci fosse stata qualche possibilità di tornare, ma non arrivava alcuna notizia. Così la mia sorella più grande Rita decise di partire. Ci trovammo a Bologna in un campo militare. Qui ci siamo imbattuti in un altro angelo custode, un militare che si è interessato a noi e ci ha procurato un “passaggio” in un treno riservato ad altri esuli facendoci scappare nottetempo dal campo. Alla stazione di Roma Termini lo scenario era apocalittico: gente dappertutto, accampata alla meno peggio per usare un eufemismo. Un signore gentile ci procurò i buoni per la minestra che veniva distribuita: al mattino dopo ci hanno portato alla Caserma Lamarmora e da lì a Cinecittà dove siamo rimaste sei mesi, in tremila sulla paglia nel Quinto Padiglione”.

Finalmente questa odissea sembra avviarsi a soluzione: “Un mattino ci chiamano e ci portano al collegio S. Alessio. Siamo poi stati ricevuti dal Papa Pio XII che ci ha anche offerto la colazione: pane bianco e latte, indimenticabile ”. Tornarono in Libia in 1.200, il viaggio venne finanziato dal Vaticano. “Da Napoli a Tripoli: abbiamo dormito su delle brandine infestate dai pidocchi, ma poi ci hanno divisi per villaggio e siamo arrivati a casa. Quando siamo arrivati mia mamma è svenuta. La campana del villaggio suonava a festa”.

Per quei bambini erano passati sei anni, una guerra tremenda e parte della giovinezza.

Giampaolo Flori


Nella foto in alto le sorelle Mezzavilla a Bordighera nel 1943

Ultimo aggiornamento Giovedì 12 Luglio 2012 20:08

 

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