Nella metà dell’Ottocento l'abate Goffredo Casalis, storiografo e letterato di Saluzzo, redige il suo ponderoso “Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale” sui possedimenti di Casa Savoia: una sorta di enciclopedia in 28 volumi che ancora oggi rappresenta un’inesauribile miniera di notizie sulla storia del territorio piemontese, dalle grandi città ai più sperduti villaggi.
Nichelino compare in una paginetta, comunque molto interessante, mentre a Stupinigi sono dedicate otto fitte pagine.
Naturalmente già si parla della Palazzina di Caccia, ma anche si trovano precise annotazioni sulla storia precedente di questa località. Una storia che si perde nella notte dei tempi.
Anticamente questo luogo era denominato “Suppunicum” o “Supponicum”, denominazione che, secondo una tradizione priva di riscontro, risalirebbe al nome di un generale di Carlo Magno. Alla fine dell’VIII secolo la località entrò a far parte dei vastissimi possedimenti terrieri dell’Abbazia della Novalesa che “per giustificarne l'occupazione – annota il Casalis - se la fece poi riconfermare per intiero dal sommo pontefice Benedetto VIII, cioè con tutto il territorio in Stupunica; e ne ottenne quindi la conferma da Corrado il Salico, con atto del 1026, in cui questo luogo è detto nuovamente Suppunicum”.
Un nome un po’ ballerino e di origine incerta. Prosegue infatti il Casalis: “Nel diploma di Arrigo II del 1048 gli editori trascrissero scorrettamente ‘Lupunico’. E’ parimenti una scorrezione nella cronica della Novalesa ‘Supiavìcus’, invece di Suppunicus; ma in un diploma del 1093, già si scrisse ‘Suppunigo’, desinenza di poi conservata nel volgar nome di questo luogo”.
Dalle oscure cronache di inizio millennio si arriva al 1340 quando Stupinigi è venduto dalla famiglia dei Cavoretti a quella dei Solari, nobili astigiani. Il sito passa di mano in mano. All’inizio del Quattrocento lo troviamo in possesso del duca di Savoia Amedeo VIII. Quest'ultimo, detto “il pacifico” (fu pure nominato antipapa con il nome di Felice V), nel 1439 cede Stupinigi a Rolando dei marchesi Pallavicini, signori di Fobello.
E’ un susseguirsi di transazioni immobiliari che si intrecciano nel complicato sistema feudale. Nel 1562 Nicola Enrico, signore di Cremieu, lo acquista da Carlo di Cossè conte di Brissac, maresciallo di Francia. Di sicuro all’epoca, insieme alle terre, c’era già anche il castello (n.d.r. l’odierno Castelvecchio, edificio tardo medievale, oggi purtroppo in preoccupante stato di degrado). L’operazione non va a buon fine e sono beghe a non finire. “Per cagione della guerra civile sopravvenuta in Lione – annota il Casalis - il signor di Cremieu fu costretto ad abbandonare la propria casa, e non potè più soddisfare al pagamento del fatto acquisto. In tal frangente i venditori cedettero le loro ragioni a Matteo Cocona dei mastri della Camera, affinché citasse avanti al senato il signor di Cremieu, il quale per sentenza dello stesso anno venne spogliato del possesso di Stupinigi, e ne venne a sua vece investito un Negron de Negro, come risulta da pubblico atto”.
All’intricata controversia mette la parola fine il duca Emanuele Filiberto. Questo rampollo dei Savoia, passato alla storia con il soprannome di “testa di ferro”, nel 1564 acquista Stupinigi e successivamente istituisce una “commenda” a favore dei Cavalieri dei Santi Maurizio e Lazzaro di cui il duca stesso è gran maestro. Inizia così la lunga storia dell’Ordine Mauriziano a Stupinigi, giunta fino ai giorni nostri.
Un immenso latifondo. “I beni che ora formano questa commenda – annotava il Casalis a metà Ottocento - non ascendono a più di un terzo di quelli che la formavano prima del governo francese: imperciocchè durante quello straniero governo si alienarono varie grosse cascine che le erano aggregate, cioè quelle dette Parpaglia e Sopea nel territorio di Candiolo, le Torrette, la Belriparo e la Sotti nel territorio di Vinovo, la Pallavicina in quello del Nichelino, oltre molti altri beni nei dintorni di Millefiori; i quali beni formavano in totale non meno di 5.000 giornate”.
Dei preesistenti insediamenti abitativi nel luogo dove oggi sorge il complesso della Palazzina di Caccia, a parte il Castelvecchio, si hanno scarne notizie. Di certo c’erano un mulino ed un’antica chiesa parrocchiale che “era posta nel mezzo dell'attuale giardino regio”.
LA VENDETTA DEL SIGNOR AGNELLI
Nella miscellanea su Stupinigi l'abate Casalis riporta anche un curioso fatto di cronaca del proprio tempo e così scrive: “Prima dell'anno 1848 nelle ampie foreste di questo luogo esistevano due mila e più daini, nonché moltissime lepri e una gran copia di fagiani e di altri volatili. Nei mesi di settembre ed ottobre di quell'anno vi accadde la quasi total distruzione di quegli animali per opera di una folla di stranieri cacciatori, che vi andavano a torme da ogni parte; a tal che si videro partire dal territorio di Stupinigi carri sopraccarichi di cacciagione; e ciò in seguito ad una contravvenzione intentata dai dragoni guardacaccia contro il sig. Agnelli proprietario del tenimento di Parpaglia”.
In buona sostanza questo tal Agnelli (… il nonno del fondatore della FIAT) nell’agosto dello stesso anno era stato multato “per essersi condotto insieme con alcuni amici a cacciare nei propri poderi”. Ma fece ricorso ed il giudice gli diede ragione riconoscendo i suoi diritti di caccia nell'area. Non avendo potuto prendersela con i dragoni che avevano estratto il blocchetto delle contravvenzioni il signor Agnelli di lì a poco, sentenza alla mano, poté consumare a freddo la vendetta con una memorabile strage di cervi nel parco del re. Sarà stato un caso, fatto sta che l'anno dopo il corpo dei dragoni guardiacaccia venne soppresso per decreto e sostituito da “quindici reali carabinieri, metà a piedi e metà a cavallo”. (sic!)
Insomma, bottino pieno per il trisavolo degli Agnelli che quattro anni dopo rivendette il podere di Parpaglia all'Ordine Mauriziano. Fu un ottimo affare. Il re voleva a tutti i costi reintegrare la tenuta di Stupinigi nell'estensione originaria dopo le svendite seguite all'epoca napoleonica e non badò a spese. Con parte del ricavato Giuseppe Francesco Agnelli comprò la splendida villa di Villar Perosa che sarebbe diventata la dimora di famiglia.
IL GRAN SERRAGLIO
Il Casalis si sofferma poi a descrivere con meraviglia il “grande serraglio di animali”, allestito nella cascina di Vicomanino. Un vero e proprio zoo. Nel minuzioso elenco, oltre ad un “elefante maschio d’Affrica” (n.d.r il famoso Fritz raffigurato in alcune stampe dell'epoca) tra i quadrupedi compaiono “due leoni, un cuguar d'America, una jena, due orsi della Savoia, due chacal, un zebetto delle Indie Orientali, un characal, due capre del Thibet, tre scimmie cappuccine d'Affrica...” e via di seguito. Nel reparto volatili: due struzzi, due avvoltoi, quattro aquile delle Alpi, due cacatoes papagalli d'America, un'aras turchino del Brasile ed una sfilza di altri uccelli esotici.
Il serraglio aveva ospitato pure un lupo,“mandato che aveva appena un mese d'età da Sua Altezza Reale il duca di Savoia ora felicemente regnante: sino all'età di un anno (n.d.r il lupo) si mostrò docile, carezzevole, grazioso, e quando lasciavasi sortire dalla gabbia correva, saltava con particolare agilità e pieghevolezza de' membri, e scherzava nello stesso modo, ma con molto più di sveltezza e vivacità di quanto suol fare un giovine cane. Da tal epoca divenne poco a poco sempre più feroce, e fu mestieri tenerlo ognor rinchiuso”.
Nel gran serraglio di Stupinigi c’erano stati persino i canguri, un pellicano ed un “tardigrado” (bradipo). Tutti morti precocemente, come un leone che “per l'asserzione di dotti viaggiatori che lo videro era il più bello di quanti esistono in tutti i serragli d'Europa”. Le povere bestie “...perirono malgrado tutte le attenzioni che loro prodigò sempre il sig. Casimiro Roddi, capo-direttore della Regia menageria. Perirono, com'egli osserva in un suo opuscoletto, vittime della differenza del nostro clima da quello per cui eran nati, o dello stato di schiavitù, oppure d'accidentali malattie, che non gli fu dato di prevenire o di curare”.





