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Crisi, senza regole più eque non ne usciremo

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Si fa fatica a capire questa crisi economica e soprattutto cosa c'è dietro. Siamo in presenza di una crisi esclusivamente finanziaria o c'è anche una crisi morale? E' una crisi vera o l'ennesimo modo per far diventare qualcuno sempre più ricco e altri ancora più poveri? Quel che è certo è che siamo tutti coinvolti per cui vale la pena fare qualche riflessione in più.

Sul banco degli imputati c’è sicuramente, e non a torto, il mondo della finanza oltre a quello della politica che ha prodotto delle aberrazioni totali.

IN AMERICA

La partenza della crisi è stata negli USA dove la gente è stata spinta a spendere al di sopra dei propri mezzi. Anche quando i redditi scendevano la si è convinta a spendere come se i redditi stessero salendo. Gli americani hanno risposto con entusiasmo, ma non poteva essere una situazione  duratura e così è scoppiata la “bolla", con l’80% della popolazione meno abbiente che spendeva il 110% del proprio reddito.

Dopo la crisi dei mutui, quando le famiglie non erano più in grado di pagare gli stessi finanziamenti  che le banche avevano sollecitato ad attivare, le persone sono state cacciate dalle loro case perché non potevano più pagare le rate, con il risultato di avere oggi in America centinaia di migliaia di persone senza tetto e migliaia di abitazioni vuote che non si vendono con interi quartieri, soprattutto delle ex città industriali, completamente disabitati.

Nel bel mezzo della crisi finanziaria i managers delle banche hanno continuato a ricevere centinaia di migliaia di dollari di bonus. Per cosa? Per aver mandato in malora l'economia mondiale?

In questa crisi il mondo finanziario, soprattutto americano, ha perso un sacco di soldi, le banche si sono ritrovate in mano migliaia di abitazioni che non si vendono con perdite su tutti i fronti.

IN EUROPA

E qui arriviamo alla prima lettura della crisi attuale.

Come ha fatto la grande finanza a recuperare i soldi persi? Si è guardata intorno e ha preso di mira l’Europa dove i soldi ci sono e dove non esiste una politica comune; si è fatto l’Euro, ma non sono stati stabiliti i meccanismi di governo della moneta unica.

Non è un caso che le banche americane (ma anche quelle francesi) abbiano deciso di vendere contemporaneamente i titoli di stato italiani sui mercati abbattendo conseguentemente il valore di questi titoli e mandando alle stelle il famigerato “spread”.

Non è un caso neppure che le mitiche agenzie di rating (che non sono organismi indipendenti, ma che sono nelle mani della finanza USA) abbiano contemporaneamente abbassato il rating dei paesi di mezza Europa proprio mentre questi paesi, tra cui l'Italia, cercano di rialzare la testa ed i tassi scendono.

In fondo il giochetto è semplice: si vendono titoli del debito pubblico in portafoglio che rendono poco; lo Stato per collocarne altri deve alzare la cedola (nel 2012 i titoli che scadono in Italia sono moltissimi); si ricomprano alle aste  titoli che offrono una remunerazione del 7%.

Chi finisce spolpato è il paese che deve pagare interessi maggiori per finanziarsi e che per recuperare risorse è costretto a manovre che riducono la spesa (vedi riforma pensioni) e ad aumentare le tasse (vedi tassazione sulla casa). In definitiva i giochetti della finanza li paghiamo noi. Diventiamo tutti più poveri, mentre la finanza  recupera i soldi persi a causa dei suoi stessi errori.

IL SISTEMA E’ SALTATO

C'è poi la crisi vera con il sistema economico dell'economia di mercato che non funziona più bene. Sono saltati alcuni paradigmi come l'equilibrio tra domanda e offerta: in tutto il mondo abbiamo una sottovalutazione nell'utilizzo delle risorse, prima tra tutte la risorsa umana con la disoccupazione, soprattutto giovanile, che cresce a vista d’occhio in tutti i paesi raggiungendo punte di oltre il 40%.

C'è molta iniquità: lavorano i giovani che hanno connessioni politiche o parentali, mentre chi è bravo non riesce a trovare occupazione.

Molte delle caratteristiche della crisi di oggi ricordano quella che è stata chiamata la “grande depressione” culminata con il crack del 1929. Alla base vi furono le difficoltà di passaggio dall'economia agricola a quella industriale, con la complicità e le debolezze del sistema finanziario.

Nella grande depressione il mondo occidentale fu vittima del suo stesso successo. La base di partenza fu l'incremento della produttività del sistema agricolo, prima era basato sulla sussistenza con il contadino che si limitava a produrre per se stesso.

A seguito della meccanizzazione in agricoltura vennero a trovarsi impiegare molte meno risorse; i prezzi con l'aumento della produttività crollarono del 50% e così i contadini, pur  producendo di più, guadagnavano di meno. I valori delle proprietà di conseguenza scesero e  i problemi si trasferirono trasferiti al sistema finanziario.

Oggi nell'occidente stiamo affrontando un passaggio analogo, dal settore industriale al terziario. Anche qui siamo vittima del nostro successo: siamo diventati  così  produttivi che riusciamo a produrre le stesse cose con l'80% in meno di persone.

Dalla grande depressione si è purtroppo usciti con la seconda guerra mondiale che ha consentito di trasferire le persone dall' agricoltura all'industria per costruire aeroplani, città ecc...

E oggi? Al momento non c'è un’economia nuova; il passaggio da sistema manifatturiero al terziario sembra aver esaurito la sua spinta. La speranza è che qualcosa si metta in moto, ad esempio a partire dal settore delle energie rinnovabili.

COME RIPARTIRE?

Questa è la parte di parte di crisi "vera" che porta in tanti paesi alla nascita dei movimenti degli “indignados”. Stupisce che si sia arrivati così tardi a considerare i dati sulla disoccupazione.

La scommessa dunque è quella di rimettere in moto l'economia, anche per non avere una generazione di giovani frustrati ed alienati. Occorre far andare il denaro dove produce lavoro e non bisogna tagliare gli investimenti sull’istruzione e nella sanità perché sono due settori che devono fare da traino.

Le politiche monetarie adottate sino ad ora possono fare poco. Ridurre i tassi serve, ma bisogna far lavorare le persone per avere sviluppo vero.

Crisi “finta” dunque, costruita per spostare risorse dalla gente e dagli Stati alla grande finanza e crisi “vera”, dovuta ad una svolta epocale nell'economia.

I documenti del Vaticano qualche volta sono belli, ma difficili da capire. Sul tema della crisi economica va però sicuramente citato (e letto) un documento emesso a fine del 2011 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace che analizza la nascita e lo sviluppo della crisi economica e suggerisce alcune soluzioni.

La causa della crisi viene individuata in un liberismo economico senza regole e senza controlli che stabilisce a priori le leggi del funzionamento del mercato e dello sviluppo economico senza confrontarsi con la realtà. Nel documento si evidenzia come in economia serva uno spirito di solidarietà che trascenda l’utile personale per il bene della comunità.

“Nessuno può rassegnarsi  - si legge nel documento - a vedere l’uomo vivere come ‘ un lupo per l’altro uomo’, secondo la concezione evidenziata da Hobbes. Nessuno, in coscienza, può accettare lo sviluppo di alcuni Paesi a scapito di altri. Se non si pone un rimedio alle varie forme di ingiustizia gli effetti negativi che ne deriveranno sul piano sociale, politico ed economico saranno destinati a generare un clima di crescente ostilità e perfino di violenza, sino a minare le stesse basi delle istituzioni democratiche, anche di quelle ritenute più solide.

Dal riconoscimento del primato dell’essere rispetto a quello dell’avere, dell’etica rispetto a quello dell’economia, i popoli della terra dovrebbero assumere, come anima della loro azione, un’etica della solidarietà, abbandonando ogni forma di gretto egoismo, abbracciando la logica del bene comune mondiale che trascende il mero interesse contingente e particolare”.

E’ il percorso che da tempo Papa Benedetto XVI lucidamente indica, evidenziando che la radice della crisi che non è solamente di natura economica e finanziaria, ma prima di tutto morale, oltre che ideologica: “L’economiaha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento, non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona”.

Di qui le ripetute denunce sul ruolo nefasto svolto da una concezione utilitaristica e individualistica, nonché sulle responsabilità di chi ha assunto e diffuso tale visione come parametro di comportamento per coloro che, come operatori economici e politici, agiscono e interagiscono nel contesto sociale.

Crisi negativa dunque, ma crisi che può anche diventare occasione di discernimento e di nuova progettualità a livello globale. Per far fronte agli attacchi della finanza (che cerca di approfittare della crisi) il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace indica un percorso per l’istituzione di una vera Autorità pubblica mondiale, al servizio del bene comune, una sorta di “Banca centrale mondiale” che regoli il flusso e il sistema degli scambi monetari, alla stregua della Banche centrali nazionali. L’umanità – conclude il documento - deve oggi impegnarsi nella transizione da una situazione di lotte arcaiche tra entità nazionali, a un nuovo modello di società internazionale più coesa, poliarchica, rispettosa delle identità di ciascun popolo, entro la molteplice ricchezza di un’unica umanità”.

Paolo Colombo

Ultimo aggiornamento Domenica 31 Marzo 2013 20:49

 

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