Abbiamo sentito nell’ultimo periodo varie esternazioni da parte del Presidente del Consiglio Mario Monti e dei suoi ministri: “Il posto fisso? Un'illusione”, “Che monotonia un posto fisso tutta la vita”, “Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città, accanto a mamma e papà”.
Prese singolarmente queste frasi potrebbero essere scambiate per semplici gaffes, ma inserite in un contesto più ampio denotano una prospettiva di società ed un modello di rapporti socio-economici abbastanza preoccupanti.
Certe prese di posizione intanto suonano come l’ennesimo attacco alla famiglia e a quel tessuto sociale che ruota intorno ad essa. All’attacco pragmatico si aggiunge ora quello ideologico. Pragmatico, come in precedenza, perché pur parlando tutti i partiti di famiglia e di politiche familiari, in Italia abbiamo un carico fiscale elevatissimo. Una famiglia italiana di reddito medio e basso, composta da una coppia con due figli, paga annualmente dai 2.530 ai 4.700 euro circa di tasse in più rispetto ad una pari famiglia francese. Per non parlare dei servizi di cui la famiglia può usufruire…
Dire, in modo un po’ dispregiativo, che gli italiani vogliono il posto di lavoro vicino a mamma e papà rappresenta un altro bel salto di qualità. Sembra si voglia far passare il messaggio che l’idea di una comunità legata al territorio ed agli affetti sia ormai obsoleta ed antiquata, dimenticando che senza la solidarietà tra generazioni le condizioni di vita degli italiani sarebbero ben peggiori di quelle attuali e dimenticando che il sistema in Italia ha retto sino ad ora grazie alle famiglie.
Non si è poi così distanti dall’affermare che la struttura della società deve essere asservita esclusivamente alla logica del “mercato”.
Ma le persone non sono merci da sacrificare agli dei del profitto e dello spread. Il diritto ad un lavoro dignitoso non è “buonismo sociale” come qualcuno sostiene, ma è un diritto sancito dalla nostra Costituzione. In un’intervista rilasciata al “Time” il Presidente del Consiglio afferma di voler cambiare cultura e modo di vivere degli italiani (e meno male che c’è un governo tecnico…!). Il modello di riferimento pare essere la “civilissima” Danimarca con il suo welfare e la sua flexicurity: un paese che per molti aspetti funziona meglio dell’Italia.
Ma non è oro tutto quello che luccica. In questa specie di paradiso il tasso di suicidio tra le donne è tre volte superiore a quello italiano; tra gli uomini è il doppio. Il consumo di alcolici è superiore del 20% rispetto alle medie italiane; la Danimarca è anche il paese con il più alto tasso di alcolizzati adolescenti.
Aggiungerei anche quest’altro piccolo particolare. La Danimarca punta ad essere entro il 2030 il primo paese “Down Sindrome Free” (cioè senza più la nascita di bambini affetti dalla Sindrome di Down). Nell’ultimo decennio il sistema sanitario danese ha investito molto sulle indagini prenatali finalizzate alla soppressione dei nascituri considerati “difettosi”.
Ma cosa c’entra questo con mercato e welfare? Domanda più che legittima che esige una spiegazione.
In alcuni paesi del nord Europa l’eugenetica (che predica l’idea dell’esistenza di una razza migliore da conservare ed una peggiore da sopprimere) è stata concepita inizialmente come metodo per ridurre i costi economici del “welfare state”, eliminando i fattori “improduttivi”. Già nel 1929 la Danimarca si era dotata di una legislazione eugenetica che consentiva la “sterilizzazione selettiva” e l’aborto, arrivando prima in questo campo persino rispetto alla Germania nazista.
Che cosa dovremmo invidiare al Regno di Danimarca, a parte i redditi più alti dei nostri, non è ben chiaro. Tra l’altro l’aspettativa di vita media è di 77 anni contro gli 81 dell’Italia.
Sicuramente lì i treni arrivano in orario e i servizi funzionano meglio, ma va pure detto che in Danimarca il tasso di disoccupazione, anche se ancora di molto inferiore al nostro, è passato dall’1,8% nel 2008 al 6,1% nel 2010. Viene il dubbio che dalla Danimarca si voglia semplicemente importare il “modello di mobilità sociale” (detto in non politichese: libertà totale di licenziamento) senza avere i soldi per garantire le stesse tutele sociali.
Sarebbe buona cosa se i nostri politici/tecnici rileggessero quanto scriveva Papa Leone XIII nella sua lettera enciclica “Rerum Novarum” nel lontano 1891: “Principalissimo tra i doveri è dare a ciascuno la giusta mercede. Il determinarla secondo giustizia dipende da molte considerazioni: ma in generale si ricordino i capitalisti e i padroni che le umane leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo”.
E le parole dette ai giorni nostri da Benedetto XVI: “Il mondo della finanza non rappresenta più uno strumento per favorire il benessere, per favorire la vita dell’uomo, ma diventa un potere che lo opprime (…) Contro questo conformismo della sottomissione a questo potere, siamo non conformisti: non l’avere conta, ma l’essere conta!”
Parole chiare alle quali i maggiori quotidiani italiani (… a parte Avvenire, così Celentano può di nuovo stracciarsi le vesti) hanno scelto di dare pochissima evidenza, per non disturbare i manovratori. Le scelte in politica, soprattutto quelle economiche, non sono mai neutre, specialmente in momenti difficili come questo.
Ma chi deve farsi carico della crisi? Il “ricco” pensionato con i suoi 1.000 euro mensili lordi o le “povere” banche e i gruppi finanziari che la crisi hanno causato?
Perciò stiamo attenti a queste esternazioni del Governo Monti, a quelle frasi buttate lì ogni tanto. Non si può pensare come farebbe un lettore di libri gialli che “un indizio è un indizio, due indizi sono due indizi, tre indizi sono una prova”, ma comunque una piccola riflessione è d’obbligo.



