Una quindicina di anni fa cominciavano a diffondersi i primi veri computer “multimediali” che, come si leggeva nelle pubblicità dell’epoca, permettevano con il loro “potente processore” (200 o 300 MHz) di vedere film, scrivere, ritoccare fotografie, navigare in internet, ecc. Grosso modo quello che anche oggi un utente medio di computer fa.
Da allora ad oggi la velocità dei PC è aumentata in modo esponenziale, per cui quello che acquisti oggi domani è già vecchio e nel giro di pochissimo tempo assolutamente obsoleto. E’ il frutto di una società dei consumi che vuole farti acquistare oggi ciò che non ti servirà neppure domani. In un epoca tanto attenta ai consumi energetici siamo passati in pochi anni da computers che funzionavano con alimentazione da 200 Watt, considerata nel ’97 più che sufficiente, a modelli dove un alimentatore da 600 Watt è considerato poco più del minimo necessario. Sicuramente l’evolversi della tecnologia in campo informatico ha portato grandi vantaggi, ma molto spesso questi sono stati a favore delle case costruttrici e dei grossi gruppi di produzione software. Una rincorsa senza fine tra software sempre più esosi, computer sempre più veloci, con un solo perdente: il consumatore.
Questa corsa ha fatto perdere di vista quelli che si potrebbero chiamare “effetti collaterali” conseguenze del ciclo di produzione, utilizzo e smaltimento. La produzione di un computer con tastiera, mouse e monitor, richiede circa 20 Kg di sostanze chimiche, 1.500 litri di acqua, 250 Kg. di combustibile fossile e genera ingenti quantitativi di CO2 e rifiuti tossici, (questo tra l’altro spiega perché i componenti provengano in prevalenza da alcuni paesi asiatici in cui le norme ambientali permettono scarichi e smaltimenti di rifiuti tossici, impensabili nei paesi occidentali).
Un discorso simile vale anche, proporzionato alle loro dimensioni, per telefoni cellulari e lettori Mp3. Molti di questi prodotti arrivano dall’estremo oriente, subentra quindi un altro fattore di inquinamento: il trasporto, dato che oggi si fa un gran parlare di prodotti ecologici a Km 0. Questi sono invece “prodotti non ecologici a Km migliaia”.
L’utilizzo di questi apparecchi incide in modo non secondario sul consumo energetico, in un paese dove il numero dei cellulari attivi supera quello degli abitanti; in pratica significa che più di una centrale elettrica lavora per alimentare i nostri telefonini e computer.
La vita media di un personal computer è di circa 5 anni, quella di un telefonino ancora meno. Che fare del “rottame”? Potrebbero essere smaltito correttamente, riciclando il materiale; in realtà negli anni passati (ed in parte forse anche oggi) questo materiale veniva spedito in Africa ed in Asia come “merce usata funzionante”, per essere poi accantonata nelle discariche insieme ad altri rifiuti tecnologici (lavatrici, frigoriferi, televisori ecc.).
L’impatto ambientale di questi scarti delle nostre società avanzate è a dir poco devastante per i paesi del Terzo Mondo. Utilizzando impianti adeguati è possibile il trattamento di questi rifiuti, riducendo drasticamente il quantitativo di sostanze tossiche in circolazione. Per quanto riguarda i pc, esiste una seconda via, quella del riutilizzo. Esistono vari progetti anche in Italia, accomunati spesso dal comune utilizzo del termine “Trashware”, un neologismo che unisce la parola Trash (rifiuto) con Hardware inteso come apparecchiatura elettronica. Gruppi di volontari in varie città rimettono in sesto i cosiddetti computer obsoleti, mettendoli nelle condizioni di funzionare in modo egregio ancora per 5 o 6 anni dalla loro teorica fine. Prevalentemente per questo ricondizionamento viene utilizzato il software libero e gratuito, quasi sempre basato sul sistema operativo Linux. In alcuni casi sono stata create aule di informatica con diverse postazioni. Forse un personal computer di 10 anni non permetterà l’elaborazione video in tempo reale, ma per l’uso che ne fa la maggioranza delle persone, se correttamente configurato, è più che sufficiente. ...e l’ambiente ringrazia!



